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Ospedale Lamezia come spoke per l’emergenza sismica: Lettera aperta ai Consiglieri Ionà e Bevilacqua

Ospedale Lamezia
Una premessa: i sismologi, basandosi sulla storia sismica e sulla velocità di accumulo dell’energia nelle faglie, ipotizzano il ripetersi in Calabria di terremoti distruttivi ogni 150-200 anni; gli ultimi risalgono al 1905 e al 1908. Fatti i doverosi scongiuri, nelle simulazioni della Protezione Civile, mentre gli Hub potrebbero trovarsi in piena zona di danno o saturazione, l’Ospedale di Lamezia Terme è designato come retrovia logistica per il triage, lo smistamento dei feriti e il raccordo con il trasporto aereo e ferroviario verso il resto d’Italia.
Eppure, con la costruzione dei nuovi ospedali (Sibaritide, 292 milioni; Gioia Tauro, 311 milioni; Vibo Valentia, 239 milioni) e di quelli appena finanziati dall’INAIL (300 milioni per Crotone, 200 per Cosenza, 295 milioni per Reggio Calabria e 200 per la Cittadella della Salute di Catanzaro), è prevedibile che per l’ospedale lametino le risorse, specie in termini di personale, saranno ulteriormente ridotte.
Ecco perché rivolgo un “HELP” ai consiglieri regionali Ionà e Bevilacqua, in quanto espressione più diretta dei cittadini del territorio; sarebbe tuttavia auspicabile uno scatto di orgoglio e una convergenza di intelligenze e di volontà tra tutti i nostri rappresentanti istituzionali. L’obiettivo dovrebbe essere quello di ottenere un sostanziale rafforzamento del nosocomio, attraverso il riconoscimento da parte della Regione (previsto dalle normative nazionali e della Protezione Civile) come SPOKE attrezzato per l’EMERGENZA SISMICA.
Le considerazioni che svilupperò sono di natura essenzialmente tecnica e scevre da visioni di parte. Esse tentano di superare, senza sterili campanilismi e in una prospettiva di respiro regionale, la contraddizione tra la centralità geografica dell’ospedale di Lamezia e la concentrazione dei servizi (non solo di alta specializzazione) nei due ospedali di Catanzaro. Eppure, per le ridotte distanze tra i tre presidi, essi potrebbero essere considerati di fatto come un’unica struttura con amministrazioni separate in ossequio alla rigida normativa vigente.
Pur non gestendo le “alte specialità” d’urgenza — come la Neurochirurgia, la Cardiochirurgia o i gravissimi politraumi — l’ospedale di Lamezia potrebbe essere potenziato in alcuni specifici ‘reparti’.
Ne cito, per brevità, scusandomi per le omissioni, solo alcuni:
Pronto Soccorso: con un’Osservazione Breve Intensiva (OBI) che disponga di maggiori spazi e posti letto, non necessariamente sempre attivi;
Anestesia e Rianimazione: con il potenziamento della terapia intensiva,
Ortopedia: per trattare sindromi da schiacciamento, fratture e politraumi, così  da stabilizzare centinaia di feriti di media gravità alleggerendo la pressione sugli Hub;
Cardiologia: con l’Unità di Terapia Intensiva Coronarica (UTIC). È prevista L’emodinamica “itinerante”, ma la Regione può attivarla H24 anche a Lamezia, essendo ciò consentito per gli ospedali Spoke (peraltro, presso l’Azienda Dulbecco ne sono presenti due);
Neurologia: dovrebbe funzionare con una Stroke Unit di primo livello e relativi posti letto;
Radiologia e Diagnostica per Immagini; Chirurgia, Urologia e Oculistica.
 In generale, andrebbero attivati o potenziati tutti i servizi (personale, posti letto, strumentazione e attrezzature) che la legislazione consente agli ospedali Spoke.
Una nota specifica riguarda Malattie Infettive: la costruzione del nuovo padiglione è stata finanziata con 6 milioni di euro  durante la pandemia. La lezione del Covid-19 ha dimostrato che gli ospedali Spoke rischiano il collasso o la diffusione di focolai interni se non possiedono percorsi separati. Tuttavia, la gestione attuale non prevede un reparto “aperto al pubblico” per ricoveri ordinari, bensì un’infrastruttura tecnologica modulare (un cosiddetto “Guscio Pronto”). Nei periodi di normale attività sanitaria, la manutenzione tecnica e la prontezza operativa delle apparecchiature salvavita e dei 12 posti letto (6 di intensiva e 6 di sub-intensiva) sono in capo alla direzione del presidio ospedaliero. In caso di emergenze epidemiche la struttura viene “accesa” a pieno regime con la mobilitazione del personale dello Spoke e della rete Hub.
Preciso infine che, se l’ospedale di Lamezia venisse riconosciuto come Spoke per l’emergenza, al di là delle più generali misure antisismiche dell’intera struttura si dovrebbe prevedere la progressiva dotazione di isolatori sismici, con elementi dissipativi e ancoraggi speciali per i macchinari pesanti e sensibili (come le grandi apparecchiature radiologiche). A ciò vanno aggiunti sistemi di back-up idrico ed elettrico protetti da shock sismici. Così attrezzato, in caso di danni ad altri ospedali, il nostro presidio diventerebbe un fondamentale punto di riferimento. Parteciperebbe inoltre in prima linea al Coordinamento dei trasporti attivando immediatamente i canali di evacuazione protetta e i ponti radio con l’elisoccorso per trasferire i codici rossi neurochirurgici o i grandi ustionati verso l’Hub di riferimento. Va infine prevista la presenza di strutture mobili da dispiegare nei parcheggi o nelle aree protette.
Concludendo: non mi soffermo qui sulle diffuse e ben note carenze presenti nei servizi territoriali, ma solo un accenno all’Hospice. Essi fanno parte della Rete di Cure Palliative e sono strutture residenziali territoriali a valenza socio-sanitaria. L’ospedale Spoke e l’Hospice collaborano per garantire la continuità assistenziale del paziente fragile o in fase terminale attraverso percorsi codificati, la cui cabina di regia è affidata al Distretto Sanitario e all’Ufficio Coordinamento della Rete di Cure Palliative. Ebbene, l’Hospice (da 10 posti letto) inizialmente programmato per Lamezia è stato poi assegnato a una struttura privata a Catanzaro, con comprensibile disagio per i nostri concittadini.
Ricordo, infine, che il Centro Regionale di Neurogenetica, con un passato di rilievo internazionale, è stato ridotto a struttura semplice distrettuale con prevalenti funzioni ambulatoriali.
Dobbiamo rassegnarci?
Fonte Cesare Perri, già Direttore di un Dipartimento di salute mentale con incarichi regionali; già Prof.a C. all’ Uni-Messina e docente per “Logiche di ricerca e processi motivazionali” all’ UNICAL.

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