È una vertenza che affonda le radici nel lontano 2019 quella dei lavoratori precari della Regione Calabria, passati dall’ex legge 12 all’attuale legge 6. Una battaglia infinita per la dignità lavorativa e la stabilizzazione che, a distanza di anni, sembra destinata a infrangersi contro il muro dell’abbandono istituzionale.
Due anni e nove mesi fa, l’avvio di un percorso lavorativo presso la Regione Calabria attraverso l’imposizione di contratti di collaborazione coordinata e continuativa (CoCoCo)presso l’ente Fincalabra .Una formula contrattuale calata dall’alto che, anziché rappresentare un trampolino di lancio verso l’effettiva immissione nel mondo del lavoro e la tanto attesa stabilizzazione, si è rivelata una vera e propria trappola precaria per 40 famiglie lasciate allo sbaraglio. Un contratto atipico che nega diritti fondamentali: niente ferie, niente contributi protetti e, aspetto gravissimo, nessuna copertura per la malattia.
La scure definitiva cadrà a fine settembre, termine ultimo dell’ultima tranche di assunzione. E mentre il tempo scorre inesorabile, la politica regionale sembra voltarsi dall’altra parte. L’assessore competente Calabrese Giovanni di Fratelli d’Italia aveva promesso e disatteso le aspettative, appare oggi distratto e totalmente assorbito dalla campagna elettorale .Lasciando le istanze di 40 nuclei familiari nel dimenticatoio.
Il risultato? A distanza di anni di lotte estenuanti per entrare a far parte dell’apparato regionale, queste famiglie si ritrovano nuovamente sull’orlo del baratro, a un passo dalla disoccupazione.
A rendere il quadro ancor più drammatico è la testimonianza diretta di chi questa precarietà la sta vivendo sulla propria pelle, scontrandosi con la crudeltà burocratica dei contratti CoCoCo. Un lavoratore, colpito da un improvviso problema di salute che ha richiesti ricovero ospedaliero e degenza a letto, ha scoperto sulla propria pelle che il contratto regionale non prevede alcuna tutela in caso di malattia. Con tanto di dimissioni ospedaliere e certificato medico alla mano, non solo non percepirà alcuna retribuzione per l’intero mese di settembre, ma dovrà far fronte a ingenti spese mediche di tasca propria.
La conseguenza è un cortocircuito inaccettabile: ritrovarsi a fine mese disoccupati, senza stipendio, costretti a chiedere sostegno alla propria famiglia per poter garantire un futuro a un figlio piccolo.
Di cosa stiamo parlando?- è l’amaro sfogo che arriva dal territorio. Mentre le priorità della politica sembrano altrove, tra passerelle e competizioni elettorali, a pagare il prezzo più alto sono i cittadini, i lavoratori e la loro dignità. Una ferita aperta nel cuore del sistema istituzionale calabrese che grida urgentemente giustizia e risposte concrete.
Fonte Antonio furgiuele

