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Lamezia celebra i Patroni, l’appello del Vescovo: «Custodire l’unità e ritrovare la gioia delle origini del sacerdozio»

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“Mentre rinnoviamo la memoria dei Santi Patroni, Pietro e Paolo, chiediamo una sola grazia: che la nostra Diocesi possa riconoscere nei suoi sacerdoti, non uomini perfetti, ma uomini totalmente attratti e innamorati di Gesù Cristo, non funzionari del sacro ma testimoni del Risorto, non amministratori di cose religiose, ma padri nella fede”. Questo uno dei passaggi dell’omelia che il Vescovo, monsignor Serafino Parisi, ha pronunciato nel corso della Santa Messa da lui presieduta in Cattedrale, alla presenza del Clero, in occasione della festa dei Santi Patroni della Diocesi e della città di Lamezia Terme.
“La paternità – ha aggiunto il Vescovo – si esercita anche quando non si vede, anche quando ti porta a soffrire in silenzio, anche quando c’è la pretesa dell’altro che ti interessi a lui senza che l’altro si ponga il problema se interessarsi a te, dentro una reciprocità di scambio, di dono. La paternità si esercita anche quando sembra non accompagnare, ma che c’è quando avvia processi di coscientizzazione, di consapevolezza che nel momento della ferma decisione è stato duro dover esigere. Noi non siamo protagonisti della Chiesa, siamo servi della comunione”.
Quindi, partendo dalle figure dei Santi Patroni, monsignor Parisi ha invitato a guardare a “Pietro e Paolo, uomini fragili resi grandi dalla grazia, uomini diversi resi uno dallo Spirito, uomini che hanno lasciato che Cristo edificasse attraverso la loro vita la sua Chiesa per fare realizzare pienamente la nostra vita perché questa è la volontà di Dio. La Provvidenza vuole che oggi noi non celebriamo soltanto due santi ma celebriamo la forma stessa della Chiesa perché Pietro e Paolo costituiscono due anime, ma anche due modi, due stili di essere nel mondo. Pietro e Paolo, allora sono molto di più che due figure eminenti del Cristianesimo nascente: sono la testimonianza che il Signore continua ad edificare la sua Chiesa attraverso uomini reali, veri, fragili, diversi, differenti e convertiti. Pietro e Paolo sono il segno che la santità della Chiesa non nasce dalla nostra perfezione o dalla perfezione dei ministri, nasce e si fonda unicamente sulla fedeltà di Cristo che non ritira mai la sua chiamata”.
Da qui la consegna al presbiterio della “unità ecclesiale che – ha detto il Vescovo – non è uniformità dei caratteri e non è nemmeno l’omologazione delle sensibilità pastorali, dei linguaggi, dei progetti, è comunione nell’unica fede, nell’unico Signore, nell’unico Ministero ricevuto. Non bisogna andare lontano”. Una comunione che, “proprio per le nostre difficoltà, deve essere continuamente custodita, purificata ed a volte anche ricostruita” non dando mai niente per scontato ma avendo come bussola la domanda di Gesù “Chi dite che io sia?” che non sollecita “una visione manageriale della vita e della pastorale” perché “si possono fare delle cose, amministrare i sacramenti, correndo il rischio di non lasciarci penetrare dalla Parola, attraversare dalla buona notizia del Vangelo. Possiamo addirittura guidare le comunità bene – ha sottolineato monsignor Parisi -, magari con lo stile imprenditoriale e manageriale che non c’è richiesto, e mentre guidiamo così le comunità noi rischiamo di non farci guidare dal Signore Gesù. Il ministero nasce sempre dalla fede, dalla professione della nostra fede e la fede del ministro non è il risultato della nostra intelligenza. È un dono ricevuto. Anche noi dopo anni di sacerdozio restiamo davvero come mendicanti della rivelazione di Dio Padre. Nessuno di noi possiede Cristo Gesù, però siamo continuamente chiamati ad invocarlo per riceverlo. Questa è la nostra condizione: davvero quella dei pellegrini che si mettono alla ricerca di un Dio che c’è, che viene verso di noi, ma verso il quale anche noi dobbiamo muovere qualche passo”.
“Forse noi non siamo chiamati al martirio del sangue – ha aggiunto il Vescovo -, ma ogni giorno ci è chiesto il martirio della fedeltà a quel dono iniziale, a quella parola iniziale: la pazienza con le persone, la perseveranza nella preghiera, l’umiltà dell’obbedienza, la gratuità del servizio, la carità fraterna, la speranza anche quando i frutti sembrano scarsi. Il popolo ha bisogno di ministri che conoscano la propria povertà, però dentro questa povertà abbiano sperimentato la potenza della grazia di Dio perché la credibilità del nostro ministero non nasce dall’assenza di ferite, ma dalla trasparenza con cui lasciamo che Cristo attraversi lo squarcio che si crea nella nostra carne. Per questo Pietro è la roccia, non perché sia incrollabile ma perché lascia che la propria fragilità diventi il luogo della fedeltà di Dio”.
Infine monsignor Parisi ha ricordato che “mentre Pietro è incatenato, la Chiesa prega ed intercede. Forse questa pagina ci interpella profondamente come presbiterio – ha detto il Vescovo -. Dobbiamo chiederci se anche tra di noi siamo disposti ad applaudire solo l’insuccesso. Ci sosteniamo davvero anche nella preghiera oppure condividiamo soprattutto fatica, analisi, preoccupazione, talvolta anche lamentele? L’apostolo viene liberato perché c’è una Chiesa unità che non smette di pregare, di crederci, di intercedere… facendo ‘rete’. Nessun sacerdote può vivere da solo il peso del ministero e nessun confratello deve doversi sentire dimenticato perché una fraternità sacerdotale autentica non è in primo luogo organizzazione, ma è intercessione reciproca, è comunione. Non possiamo chiedere che avvenga all’esterno di noi ciò che non viviamo dentro di noi. Conservare la fede è la vera vittoria e noi allora viviamo un tempo ecclesiale che richiede molte competenze ma la storia della salvezza ci insegna che Dio rinnova sempre la Chiesa attraverso la santità. Pietro e Paolo non hanno cambiato il mondo perché erano produttivi, performativi si dice oggi, efficienti; hanno cambiato il mondo perché appartenevano interamente a Cristo”.
“La nostra Diocesi oggi celebra i suoi Patroni – ha concluso monsignor Parisi – e noi non vogliamo onorarli semplicemente come delle figure del passato, vogliamo riconoscerli come padri che continuano ad indicare una strada. Da Pietro impariamo che la Chiesa custodisce l’unità senza la paura della verità, e da Paolo impariamo una Chiesa missionaria che non trattiene il Vangelo dentro confini confortevoli e rassicuranti. Da entrambi impariamo che l’amore per Cristo precede ogni altra passione ecclesiale. Quindi, forse il dono più grande che possiamo chiedere oggi è quello di ritrovare la gioia delle origini del nostro sacerdozio. Prima delle responsabilità, prima delle delusioni, prima delle inevitabili fatiche pastorali, prima di tutto c’è stato un incontro, c’è stato un giorno nel quale anche noi abbiamo percepito che il Signore stava pronunciando il nostro nome e se quel ricordo rimane vivo, il ministero non diventa un mestiere, ma una continua, rigenerata e rigenerante risposta di amore. Quindi, il martirio di Pietro e di Paolo ci ricorda che il ministero trova il suo compimento nel dono totale di sé. Qui sta il senso della nostra vita”.

 

 

 

Fonte Ufficio Stampa Vescovo Lamezia

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