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Raccontare ciò che non va nella Sanità non è un atto di accusa ma occasione da non sprecare per imparare a fare meglio!

Lamezia-ingresso ospedale

Ho ricevuto, sulla posta elettronica personale, la lettera dell’insegnante Sara Mete, figlia di Felice Mete, da poco deceduto, dopo giorni di indicibile sofferenze. Questa volta non viene esposta soltanto, con lucidità e precisione, l’ormai datata idiosincrasia del reparto di medicina del presidio ospedaliero “Giovanni Paolo Secondo di Lamezia Terme, per la continuità relazionale intrafamiliare all’interno dei luoghi di degenza, retaggio dell’isolamento pandemico ormai abbondantemente alle spalle. La lettera di Sara, molto circostanziata, si pone in una logica di segnalazione delle criticità vissute dalla Sua famiglia e, al contempo, in una prospettiva educativa alle cui dinamiche chi vive la responsabilità della cura dei malati non può e non deve sottrarsi. La lettera di Sara Mete, che di seguito riporto, è di una tristezza inaudita accompagnata da un solido filo di speranza contenuto nell’invito a parlare, con volontà costruttiva, di ciò che nei servizi sanitari non va.

“La morte di mio padre e la domanda che ancora attende una risposta: dov’era l’umanità? Mio padre era affetto da mielodisplasia e cardiomiopatia dilatativa, con defibrillatore impiantato. Sabato 30 maggio è stato ricoverato presso il reparto di Medicina Interna dell’Ospedale di Lamezia Terme per un grave scompenso cardiaco e una significativa ritenzione di liquidi. Per i primi due giorni è rimasto su una barella, ricevendo le cure necessarie per la patologia che aveva determinato il ricovero. Da martedì ha iniziato a lamentare forti dolori addominali. Alle nostre ripetute richieste di spiegazioni, ci è stato riferito che tali dolori erano probabilmente legati all’elevata quantità di liquidi presenti nell’addome. Nel frattempo venivano somministrati antidolorifici per cercare di alleviare la sofferenza. I medici ci rassicuravano sul fatto che alcuni valori clinici stessero lentamente migliorando, pur riconoscendo la presenza di una grave patologia di base. Noi familiari, preoccupati per il peggioramento delle sue condizioni, abbiamo più volte chiesto di poterlo assistere e stare accanto a lui. Ci è stato risposto che non era possibile e che il personale sanitario si stava prendendo cura di lui. Con il passare dei giorni, però, le sue condizioni apparivano sempre più critiche. Ho anche richiesto un consulto specialistico cardiologico, considerando la complessità del quadro clinico di mio padre, ma mi è stato risposto che i medici internisti possedevano le competenze necessarie per la gestione del caso. Giovedì la situazione è precipitata. Mio padre era in preda a dolori lancinanti. Telefonava ripetutamente a mia madre chiedendole di raggiungerlo perché si sentiva morire. Nel tardo pomeriggio ci siamo recati al reparto. Dal citofono abbiamo chiesto di poter entrare e, mentre attendevamo una risposta, abbiamo sentito provenire dall’interno urla strazianti. Ci è stato detto che non potevamo accedere al reparto e che il personale era a conoscenza delle sue condizioni. Di fronte a quella situazione ho insistito, manifestando l’intenzione di rivolgermi alle autorità competenti per segnalare quanto stava accadendo. Solo allora ci è stato consentito di entrare. Abbiamo trovato mio padre sofferente, piegato dal dolore. Solo dopo il nostro ingresso è stata avviata una terapia finalizzata ad alleviare la sua sofferenza, prima era abbandonato nel suo letto in preda ai dolori.

Rimane in noi una domanda dolorosa: perché si è dovuto attendere così tanto lasciandolo soffrire per ore? In quelle ore drammatiche abbiamo compreso che dietro ogni camice ci sono persone che ogni giorno affrontano situazioni estremamente difficili. Siamo consapevoli che molti professionisti sanitari vorrebbero poter dedicare ai pazienti e alle loro famiglie tutto il tempo, l’ascolto e la vicinanza umana che meritano. Tuttavia, direttive organizzative, carenza di personale, turni gravosi e le molte difficoltà che caratterizzano il sistema sanitario spesso costringono medici, infermieri e operatori a lavorare in condizioni complesse, dando talvolta l’impressione di apparire distanti o poco partecipi. Nonostante tutto, abbiamo però incontrato una persona che ha dato un volto diverso alla sanità, un’infermiera che con straordinaria sensibilità umana, professionalità e attenzione ha assistito mio padre e la nostra famiglia.  Grazie al suo intervento, a mia madre è stato consentito di trascorrere accanto a lui quella che sarebbe stata la sua ultima notte. Per questo il nostro racconto non vuole essere un’accusa nei confronti delle singole persone, ma una riflessione su un sistema che, troppo spesso, rischia di mettere in secondo piano l’aspetto umano della cura. Dopo la mezzanotte, grazie alle terapie somministrate, mio padre si è finalmente calmato ed è riuscito ad addormentarsi. La mattina seguente era prevista una paracentesi, ma le sue condizioni si sono improvvisamente aggravate. L’esame non è stato eseguito e il trasferimento in terapia sub-intensiva si è reso necessario. Poche ore dopo, alle 23, abbiamo ricevuto la telefonata che nessuna famiglia vorrebbe mai ricevere: mio padre era deceduto.

Questo bisogno di esprimere, con questa mia riflessione, un profondo ed incalcolabile dolore non nasce dal desiderio di attribuire colpe ma dal bisogno di raccontare ciò che abbiamo vissuto e di denunciare una sensazione di solitudine, impotenza e mancanza di ascolto che ci ha accompagnati nei giorni più difficili della vita di nostro padre. La medicina non può garantire la guarigione di tutti i pazienti. Ma ogni paziente ha diritto alla dignità, al sollievo dalla sofferenza, all’ascolto e alla vicinanza umana. È questo che oggi chiediamo: che nessun’altra famiglia debba sentirsi abbandonata mentre una persona cara affronta gli ultimi giorni della propria vita. Accanto a questa dolorosa esperienza, sentiamo il dovere di esprimere pubblicamente la nostra gratitudine al reparto di Cardiologia dello stesso ospedale. Nel corso dei ricoveri affrontati da mio padre nel 2025, il reparto diretto dal dottor Roberto Ceravolo ha rappresentato per noi un esempio di professionalità e umanità. Il dottore Ceravolo, il dottore Valiante, il dottore Shelaj e l’intera équipe medica, infermieristica e socio-sanitaria, nessuno escluso, hanno sempre dimostrato competenza, disponibilità e profondo rispetto per la persona. In quel reparto abbiamo visto ciò che la medicina dovrebbe sempre essere: non soltanto cura della malattia, ma attenzione alla persona, alla sua dignità e alla sua sofferenza. Ed è proprio perché abbiamo conosciuto professionisti di questo livello che oggi sentiamo ancora più forte il dovere di raccontare ciò che abbiamo vissuto negli ultimi giorni di vita di nostro padre”.

Parafrasando un bellissimo passaggio del libro di Raffaele Iosa “la scuola mite” in cui si paventa un rapporto nuovo col territorio con l’uscita dal modello scuola-centrico e l’ingresso nel modello dedicato alla persona, possiamo concludere con le parole di Sara: “la medicina non deve essere soltanto cura della malattia, ma anche consapevolezza che la pratica medica deve accompagnarsi all’umanità, all’attenzione alla persona, alla sua dignità e al rispetto della sofferenza”. Un modello con al centro la persona nella sua integralità psico-fisica, emotiva e cognitiva. Che dire di più?

(Fonte: Fiore Isabella, ex Consigliere comunale di Lamezia Terme)

 

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