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Omicidio Tramonte e Cristiano: Riapertura indagini ci dà speranza per avere finalmente verità e giustizia

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E’ da accogliere in maniera positiva la notizia, di queste ultime ore, relativa alla riapertura delle indagini da parte della DDA (Direzione distrettuale antimafia) di Catanzaro sul duplice omicidio di Pasquale Cristiano (28 anni) e Francesco Tramonte (40 anni), avvenuto il 24 maggio 1991. I due netturbini furono falciati all’alba da una raffica di mitra calibro 7,62, la versione statunitense del Kalashnikov, in dotazione alla Nato, nei pressi di alcuni cassonetti della nettezza urbana nel vecchio quartiere ‘Miraglia’ di Sambiase.  Quella esecuzione voluta dalle cosche lametine a distanza di 35 anni è ancora senza esecutori e mandanti in galera.

Sinceramente, però, la stessa notizia lascia l’amaro in bocca, intanto, perchè il caso, rimasto irrisolto, non smette di indignare e, poi, per le tante “anomalie” emerse nella conduzione delle prime e determinanti indagini e nella successiva fase processuale.

Il movente apparve agli inquirenti immediatamente chiaro come stabilito dalla sentenza della Corte d’Assise del 19 giugno 1993, la sola che scrive qualcosa su questa storia: “all’efferato fatto di sangue – vi si legge – venne immediatamente ed esattamente conferita una matrice mafiosa che lo collocava nella cruenta lotta apertasi tra gruppi mafiosi per assicurarsi l’appalto del servizio di nettezza urbana della città di Lamezia Terme, appalto che sino ad allora era stato conferito con procedura di dubbia legalità e con dispendio sproporzionato di pubblico denaro ad imprese non immuni da sospetti di contiguità al mondo mafioso”.  Il servizio, un affare da 2 miliardi di lire all’anno, era stato esternalizzato da parte del Comune nel 1988 e, da allora, era stato monopolizzato dalla SEPI e dal Consorzio CISE. Eppure, lo stesso Comune aveva tutte le carte in regola per gestire in proprio quel servizio, compresi 14 autocompattatori e 39 operai specializzati. Solo undici giorni prima, il 13 maggio, era stato eletto il nuovo Consiglio comunale e il nuovo sindaco, il democristiano Franco Anastasio, che capeggiava una giunta composta da esponenti Dc e Psi e che alle elezioni avevano trionfato raggiungendo quasi il 70 per cento dei voti. L’Assemblea elettiva sarà sciolta, per infiltrazioni mafiose, con decreto firmato dal Presidente della Repubblica, il successivo 30 settembre 1991. Dalla relazione dell’allora Ministro dell’interno Vincenzo Scotti -in Gazzetta Ufficiale- emerse che: “del  consiglio  comunale  attualmente  in carica fanno parte sette consiglieri in ordine ai quali sono  emersi  collegamenti  diretti  o indiretti   con   esponenti  della  criminalità  organizzata“.

La stessa Corte d’Assise mandò assolto l’unico imputato del duplice fatto di sangue, il lametino A.I.., “per non aver commesso il fatto”. L’uomo venne riconosciuto da Eugenio Bonaddio, il terzo netturbino in servizio quella mattina che rimase anche ferito, e fu trovato in possesso del mitra (utilizzato anche in altri omicidi di mafia dell’epoca), ma non gli fu mai attribuita processualmente la detenzione o il possesso diretto dell’arma. Il motivo lo ha svelato, nel corso dell’edizione 2023 di Trame Festival, Nicola Gratteri, all’epoca procuratore di Catanzaro e della Distrettuale antimafia. Una spiegazione che ha lasciato interdetti. “Se si leggono le carte del processo si ha un’idea di quello che è successo- evidenziò Gratteri. È stato fatto uno stub risultato positivo, non sono stati avvisati i difensori e questo è un atto irripetibile”. Eppure Bonaddio lo riconobbe e lo confermò nelle numerose udienze del processo: era un uomo barbuto, che abitava sulle colline di Sambiase, di cattivo aspetto, e con un dente canino argento. Bonaddio, a distanza di pochi mesi, mentre A. i. era in carcere, nelle nuove udienze ritrattò tutto. Da lì a breve il 18 luglio 1996, A.I. verrà assolto e subito dopo morirà a causa di una malattia al fegato. In pratica il killer in un primo momento fu individuato, arrestato, assolto in primo grado e definitivamente dopo che il pm Luciano D’Agostino incredibilmente presentò fuori termine il ricorso dichiarato in appello inammissibile appunto per scadenza termini.

Si tratta dello stesso Luciano D’agostino, salito solo l’anno prima, nel 1995, agli onori della cronaca nazionale, per essere stato sanzionato con la censura dalla Sezione Disciplinare dal Consiglio superiore della magistratura per la sua affiliazione alla massoneria, in dettaglio alla loggia (forse coperta, ndc) “Luigi Ferrer” del Grande Oriente d’Italia di Napoli. Il Csm dichiarò che l’appartenenza alla massoneria è lesiva dell’imparzialità dell’ordine giudiziario.

Nel corso di questi lustri, inoltre, molti sono stati i collaboratori di giustizia che hanno parlato del duplice omicidio di Tramonte e Cristiano come fece nel dicembre del 1992, il super pentito Antonio Fiorentino al quale A.I. avrebbe gli confidato di aver commesso il delitto- che doveva avvenire in un altro luogo-e che i “suoi amici” volevano mettere in condizione di “non nuocere il testimone oculare di quel delitto(Bonaddio, ndc). O ancora nel 2010 l’ex consigliere comunale Psi, Giovanni Governa, coinvolto in gravi fatti di cronaca giudiziaria legati alla criminalità organizzata e  condannato nel giugno del 2013 a 8 anni di reclusione per estorsione aggravata dal metodo mafioso e associazione mafiosa. O ancora  Massimo Di Stefano che dichiarò che il mandante del duplice omicidio  “sarebbe un autorevole esponente di una cosca lametina che ai netturbini aveva suggerito di non fare il proprio lavoro” e precisato “di aver descritto il quadro della vicenda agli inquirenti fornendo indizi che avrebbero potuto portare all’identificazione dei killer e dei mandanti, ma lo scenario non fu approfondito perché c’erano politici di mezzo”. Affermazioni che furono oggetto di una specifica interrogazione ai ministri di Interno e Giustizia, nel 2012, ad opera della parlamentare ed ex sindaco di Lamezia Terme, Doris Lo Moro.

Più recentemente anche altri pentiti, le cui dichiarazioni sono inserite nei verbali scaturiti dalle indagini “Cerbero” e confluite nell’inchiesta “Medusa” hanno confermato che il movente del duplice delitto sarebbe stato riconducibile a contrasti per la gestione del servizio della raccolta dei rifiuti.

Ora, come detto, la DDA di Catanzaro, guidata da Salvatore Curcio ha riaperto l’indagine che, presumibilmente, dovrà rianalizzare tutta la mole di informazioni prodotte in questi lunghi anni, rivalutare le varie dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e, forse, magari “attingere” a nuove fonti testimoniali attendibili. La stessa riapertura delle indagini ragionevolmente non può che essere giustificata dall’emergere di nuovi elementi investigativi in grado di condurre finalmente alla verità giudiziaria e fare luce su uno degli episodi più drammatici della storia della nostra città. Ci vogliamo credere.

Maurizio De Fazio

 

 

 

 

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