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Senza Nodi Aps: emigrazione sanitaria, la fuga dei malati non si ferma con i divieti

Progetto senza titolo (17)

L’associazione Senza Nodi che sul territorio ormai da anni si occupa degli ultimi e spesso di sanità e diritto alla cura, ha ritenuto opportuno, sempre pensando ai bisogni di chi non ha voce, di rivolgersi ad un esperto per un’analisi, comprensibile a tutti, del fenomeno che porta spesso i calabresi a curarsi fuori regione. Un fenomeno che costa tantissimo ai cittadini e spesso capita di doversi prestare i soldi per partire. Noi di queste storie ne incontriamo molte quotidianamente.

 

 

Ecco come alla presidente dell’associazione, Nadia Donato, con garbo e pazienza ha risposto Antonio Monteleone, che conosce bene la sanità italiana e che ha già affrontato questa tematica. Monteleone, calabrese, milanese di adozione, medico con attestato del “Corso di Gestione ed Organizzazione in Sanità – CORGESAN” dell’Università Bocconi. Esperto di governance, innovazione e qualità nei servizi per la non autosufficienza degli anziani. Autore di libri, saggi e articoli. Ha ricoperto e ricopre tuttora ruoli di leadership in associazioni di gestori di servizi sociosanitari. Ha partecipato e partecipa a tavoli istituzionali e tecnici regionali su tematiche della salute.

 

 

“La libera scelta del luogo di cura resta un diritto fondamentale del cittadino, ma oggi deve essere riletta dentro una cornice più ampia: quella della sostenibilità del Servizio sanitario nazionale, dell’interesse collettivo e della responsabilità verso i sistemi sanitari regionali. In tutto questo i decisori politici regionali sono chiamati a rafforzare la qualità e la credibilità dell’offerta sanitaria territoriale, a promuovere una comunicazione più trasparente ed efficace, valorizzando anche una mappatura chiara e accessibile dei servizi di eccellenza presenti sul territorio, così da orientare meglio le scelte dei cittadini. Devono inoltre valorizzare il ruolo del medico di medicina generale, intervenire sulle cause della mobilità sanitaria evitabile e investire nel personale sanitario, garantendo condizioni adeguate, al fine di consolidare un sistema più stabile, affidabile e realmente rispondente ai bisogni della popolazione”.

 

 

 È questo il nodo centrale dell’analisi di Antonio Monteleone, che affronta il tema della mobilità sanitaria non solo come fenomeno economico o organizzativo, ma come questione di fiducia, appropriatezza e governo pubblico della domanda di salute. “Il punto non è limitare il diritto del paziente a scegliere dove curarsi. La Costituzione lo prevede, all’articolo 32, tutela la salute come diritto dell’individuo e interesse della collettività. Proprio questa doppia dimensione impone però di guardare alle scelte individuali anche per gli effetti che producono sul sistema sanitario nel suo complesso. In un contesto segnato da trasformazioni demografiche, aumento dei bisogni di cura, pressione economica e difficoltà organizzative – dice il dottore –  la libertà di scelta non può essere considerata solo come decisione privata, ma deve diventare una scelta informata, appropriata e sostenibile.

 

 

Uno dei passaggi più rilevanti riguarda la mobilità sanitaria passiva, cioè il ricorso a cure fuori regione. Quando lo spostamento è legato a prestazioni altamente complesse, come trapianti, patologie rare o cure specialistiche non disponibili localmente, la scelta è comprensibile e spesso necessaria. Diverso – spiega Monteleone – è il caso delle prestazioni di media o bassa complessità, come esami diagnostici, interventi ordinari o percorsi assistenziali che potrebbero essere garantiti anche nel territorio di appartenenza. In queste situazioni, il “viaggio della salute” può diventare il segnale di un problema più profondo: non solo carenze tecniche o strutturali, ma deficit di fiducia, scarsa informazione e insufficiente valorizzazione dell’offerta sanitaria regionale perchè la mobilità impropria produce conseguenze pesanti.

 

 

Sottrae risorse alle strutture locali, indebolisce competenze e servizi, demotiva i professionisti, accentua le disuguaglianze territoriali e alimenta narrazioni negative difficili da correggere. A tutto questo si aggiunge il peso sulle famiglie, spesso costrette ad accompagnare il paziente, sostenendo costi economici, logistici e organizzativi che non sempre emergono nei dati ufficiali. Per questo la mobilità sanitaria evitabile deve essere considerata una vera questione di policy pubblica. Non basta –  sottolinea l’esperto – registrare quanti pazienti vanno fuori regione: occorre capire perché lo fanno, quali servizi non conoscono, quali esperienze negative hanno vissuto, quali paure orientano la scelta e quale fiducia è stata perduta nel rapporto con il sistema sanitario locale. In questa prospettiva diventa centrale il ruolo del medico di medicina generale. Il medico di base non può essere ridotto a un semplice prescrittore o a un intermediario burocratico. Deve tornare a essere una figura di orientamento clinico, capace di aiutare il cittadino a leggere correttamente il proprio bisogno di salute, valutare le possibilità offerte dal territorio e scegliere il percorso più adatto. Nelle regioni con elevata mobilità passiva, questa funzione diventa decisiva: il paziente va accompagnato, informato e rassicurato, senza negargli la libertà di scelta, ma evitando che la scelta sia guidata solo dalla paura, dalla reputazione o dalla convinzione che “fuori” sia sempre meglio”.

 

 

Antonio Monteleone richiama anche il Decreto Ministeriale 77 del 2022, legato alla riforma dell’assistenza territoriale prevista dal PNRR, che punta su prossimità delle cure, continuità assistenziale e presa in carico del paziente: “È dentro questa cornice che la libera scelta deve trovare un nuovo equilibrio: non una libertà astratta, fondata sulla moltiplicazione indistinta delle opzioni, ma una libertà ragionevole, sostenuta da informazioni chiare, dati oggettivi, servizi credibili e professionisti messi nelle condizioni di orientare realmente il cittadino. La sfida, quindi, è culturale e organizzativa insieme. Scegliere di curarsi nel proprio territorio, quando l’offerta è adeguata, non significa rinunciare alla qualità. Può invece diventare un atto di responsabilità civica, un modo per rafforzare il servizio sanitario regionale, valorizzare i professionisti locali e contribuire alla crescita di un sistema più equo –In conclusioni, Monteleone indica alcuni indirizzi precisi come – rafforzare la qualità e la credibilità dell’offerta territoriale, promuovere una comunicazione istituzionale trasparente e basata su dati reali, valorizzare e proteggere il ruolo orientativo del medico di base, investire nella permanenza dei professionisti sanitari più competenti attraverso migliori condizioni di lavoro, tecnologie, organizzazione e dotazioni adeguate. La libertà di scelta, dunque, non viene messa in discussione. Viene invece ricollocata dentro una relazione di fiducia tra cittadino, comunità e servizio sanitario pubblico. Una libertà che resta diritto individuale, ma che può diventare anche strumento di responsabilità collettiva, qualità delle cure, equità territoriale e sostenibilità del sistema”.

 

 

 

Fonte Aps Senza Nodi 

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