Riceviamo e pubblichiamo:
“Un paziente fragile, condizioni gravi, accessi ripetuti al pronto soccorso e nessuna presa in carico stabile: cresce l’allarme sulla tenuta della sanità territoriale. Una vicenda che fa discutere e che pone interrogativi profondi sul funzionamento della sanità territoriale. A Falerna, il caso di L.M., di 41 anni, paziente affetto da gravi patologie croniche e in condizioni di evidente fragilità, sta diventando il simbolo di un sistema che, in alcune situazioni, rischia di non riuscire a garantire risposte adeguate. Negli ultimi giorni, la situazione è precipitata: episodi ripetuti di malori, crisi improvvise anche in casa e diversi accessi al pronto soccorso. Circostanze che delineano un quadro clinico estremamente delicato, con un rischio concreto per la salute e l’incolumità del paziente.
Eppure, nonostante la gravità del quadro, non risulta attivata una presa in carico strutturata e continuativa. Il risultato è un circuito pericoloso: il paziente si aggrava, si reca in ospedale, viene dimesso e torna a casa senza un supporto adeguato, esponendosi nuovamente a nuovi episodi critici. Una dinamica che, oltre a mettere a rischio la vita del paziente, evidenzia una criticità sistemica: l’assenza di continuità assistenziale. A rendere il quadro ancora più allarmante è l’impossibilità per L.M. di spostarsi autonomamente. Le condizioni di salute, unite all’assenza di mezzi e alla presenza di familiari anziani, rendono di fatto impraticabile l’accesso regolare ai servizi sanitari. In questo contesto, l’attivazione dell’assistenza domiciliare non è una scelta discrezionale, ma un obbligo sanitario e morale.
Le normative nazionali parlano chiaro: i pazienti fragili devono essere presi in carico attraverso percorsi territoriali e, quando necessario, tramite interventi domiciliari. Tuttavia, la distanza tra quanto previsto sulla carta e quanto accade nella realtà appare, in questo caso, evidente. Il rischio concreto è quello di un abbandono sanitario di fatto, in cui il paziente resta solo a gestire una condizione complessa, con interventi frammentari e non coordinati. Questa vicenda solleva una domanda inevitabile: cosa deve ancora accadere perché venga attivata una presa in carico adeguata?
Dietro il caso di L.M. non c’è solo una storia individuale, ma una questione che riguarda tutti: la capacità del sistema sanitario di proteggere davvero i più fragili. Perché quando un paziente in condizioni critiche è costretto a passare da una crisi all’altra senza un’assistenza continua, il problema non è più solo clinico, ma diventa istituzionale. E a quel punto, il silenzio non è più un’opzione”.
Loris Cario
Falerna Scalo




