Le politiche sociali rappresentano oggi una delle sfide più rilevanti per le amministrazioni locali e per l’intero sistema di welfare. Tra l’aumento delle fragilità sociali, le difficoltà di accesso ai servizi e la necessità di risposte sempre più efficaci ai bisogni dei cittadini, diventa fondamentale aprire un confronto pubblico capace di coniugare gestione delle emergenze e visione strategica del futuro. È in questo contesto che l’Associazione “Una città dove vivere bene” nel corso della conferenza stampa dal titolo “Politiche sociali: affrontare le emergenze guardando al futuro”, tenutasi mercoledì 04 giugno presso “Al Piccolo” in Piazza Mazzini a Lamezia Terme, ha presentato un documento che analizza le principali criticità del settore e propone una serie di interventi operativi per rafforzare la rete dei servizi, migliorare l’accessibilità alle prestazioni sociali e costruire un sistema più efficiente, trasparente e vicino ai bisogni reali delle persone.
Di seguito riportiamo integralmente il documento presentato dall’Associazione “Una città dove vivere bene” nel corso della conferenza stampa.
“Si tratta di un settore che ha registrato negli ultimi anni importanti innovazioni rispetto al quadro pure avanzato delineato dalla legge 328/2000 che aveva ridisegnato l’intero sistema dei servizi sociali mettendolo in stretta relazione con il sistema sanitario e il territorio. Alle innovazioni hanno contribuito principi e diritti sanciti a livello internazionale e atti legislativi interni orientati a ridefinire le situazioni soggettive e a riconoscere l’esigibilità delle prestazioni e dei diritti sociali “che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale” (Cost. art. 117 secondo comma lettera m).
Conosciamo i rischi della cosiddetta autonomia differenziata e l’importanza dei vincoli stringenti posti dalla sentenza della Consulta del dicembre 2024. C’è stata grande adesione alla raccolta di firme per il referendum che non si è poi tenuto per l’intervento correttivo della Corte ma i rischi sono ancora attuali e mentre non si superano le difficoltà nella definizione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP) continuano i tentativi di mandare avanti intese di singole regioni (tutte settentrionali) con il rischio di ampliare le diseguaglianze territoriali già esistenti. E tutto questo mentre le Regioni più interessate all’omogeneità dei servizi e delle risorse sul territorio nazionale, a partire dalla Calabria, dimostrano scarsa propensione a rappresentare gli interessi della propria popolazione, facendo prevalere orientamenti dettati da opportunità politiche esterne al territorio.
In un tale contesto, che presenta di per sé notevoli difficoltà, continuano a registrarsi difficoltà organizzative e incapacità di spesa che cristallizzano le differenze già troppo marcate a discapito soprattutto del Sud.
La situazione di Lamezia va letta ed affrontata partendo proprio da questo. Una città e un ambito territoriale con gravi carenze di servizi in cui anche negli ultimi anni si è preso atto di perdita di finanziamenti non spesi. Si parla sempre di risorse e di finanziamenti ma in realtà il problema spesso sono le risorse umane, l’organizzazione e la programmazione. Quanto alle risorse economiche, se è relativamente semplice quantificare le risorse destinate al nostro territorio dallo Stato e dalla Regione, tutto si complica localmente. Così, per esempio, per il 2025 sappiamo che ci sono stati trasferimenti complessivi per quasi 4 milioni, con destinazioni specifiche che peraltro possono essere rimodulate, in ossequio a principi espressamente sanciti dalla normativa vigente, oltre che a buone pratiche che altrove vengono utilizzate da tempo. Solo con il rendiconto 2025 – che tarda ad arrivare e non è ancora stato deliberato dalla Giunta-sapremo quanti fondi sono stati effettivamente spesi e quanti eventualmente possono essere riprogrammati per il 2026. L’obiettivo primario ovviamente è che nessun fondo venga revocato e debba essere restituito.
Siamo ad un anno dall’insediamento della nuova amministrazione, è stato appena nominato l’assessore alle politiche sociali e, intanto, non è stato prodotto un solo atto che faccia intravedere un percorso capace di affrontare le criticità che sono veramente tante. I fondi disponibili sono sicuramente insufficienti per rispondere ai bisogni del territorio ma, posto che bisogna garantire i diritti esigibili, la sfida è non perdere fondi ed anzi di reperire altri accedendo ai tanti strumenti disponibili anche a livello europeo. Il documento che abbiamo elaborato vuole indicare un percorso virtuoso a partire da aspetti delle politiche sociali che sono state oggetto di vivace discussione nei giorni scorsi.
Le criticità che emergono sul piano progettuale richiedono l’apertura ad una maggiore partecipazione. Non basta la presenza formale del solo Forum del Terzo settore del lametino, che fa sicuramente un lavoro encomiabile, se restano fuori dalla discussione e dal progetto la gran parte delle associazioni che sul territorio lavorano con continuità, dedizione e competenza. La strada di una maggiore partecipazione e di una trasparenza sostanziale produrrebbe effetti positivi sulla stessa capacità dei Comuni dell’ATS di conoscere ed affrontare problemi ed emergenze.
DISABILITÀ, PROGETTO DI VITA E CONTINUITÀ DEI SERVIZI
Negli ultimi giorni il dibattito pubblico sul tema della disabilità nel nostro territorio si è concentrato sulla questione dell’assistenza domiciliare e sulle difficoltà incontrate da numerose famiglie a vedersi garantita la continuità degli interventi di sostegno e supporto. Tuttavia, ridurre il problema alla sola disponibilità di risorse economiche rischia di nascondere la vera questione che oggi siamo chiamati ad affrontare: la capacità delle istituzioni di interpretare e attuare il profondo cambiamento culturale e organizzativo introdotto dalla recente riforma della disabilità.
Le vicende che hanno interessato decine di persone con disabilità e le loro famiglie rappresentano infatti il sintomo di una criticità più ampia che riguarda la programmazione dei servizi, la costruzione dei Progetti di Vita (a cui peraltro, avrebbero diritto tutte le persone con disabilità riconosciuta), il coinvolgimento delle famiglie e degli enti del Terzo Settore e, soprattutto, la capacità delle amministrazioni di garantire la continuità dei sostegni necessari.
Secondo i dati disponibili, 239 persone hanno richiesto di partecipare all’Avviso pubblico per l’Assistenza domiciliare per persone non autosufficienti: di queste, 114 sono risultate idonee e beneficiarie (42 avevano già usufruito del servizio nel periodo precedente), 94 sono risultate idonee ma “non finanziabili”, 31 domande sono state respinte. Molte di queste persone risultano titolari di un Progetto di Vita Individuale, elaborato ai sensi della normativa vigente e finalizzato a garantire percorsi personalizzati di inclusione, autonomia e partecipazione sociale.
È proprio questo elemento che rende particolarmente delicata la situazione attuale. Il servizio di assistenza domiciliare non rappresenta infatti una prestazione accessoria o facoltativa, ma costituisce spesso uno dei pilastri fondamentali del progetto individuale della persona. La paventata sospensione, anche temporanea, rischiava di compromettere percorsi costruiti nel tempo, generando conseguenze significative non solo per la persona interessata ma anche per l’intero nucleo familiare. La Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, recepita dall’ordinamento italiano, la Legge 328/2000, la Legge delega 227/2021 e il Decreto Legislativo 62/2024 delineano un modello nel quale la persona con disabilità è posta al centro della programmazione pubblica. In questo modello il Progetto di Vita non è un documento formale destinato a rimanere sulla carta, ma rappresenta uno strumento operativo che deve tradursi in interventi concreti e continuativi. Per questo motivo appare necessario interrogarsi sulle ragioni che hanno determinato l’attuale situazione e sulle modalità attraverso cui il sistema territoriale può evitare il ripetersi di analoghe criticità.
Un primo elemento riguarda la programmazione.
La gestione dei servizi rivolti alle persone con disabilità non può essere affidata esclusivamente alla disponibilità contingente dei singoli finanziamenti. La presenza di fondi differenti, provenienti da linee di finanziamento diverse e caratterizzati da scadenze temporali non coincidenti, richiede una capacità di pianificazione che consenta di garantire continuità agli interventi indipendentemente dalle singole fonti di copertura.
La logica del “bando a scadenza” rischia:
- di entrare in conflitto con la natura stessa dei bisogni delle persone, che per definizione non sono temporanei né episodici;
- riduce l’assistenza a un’offerta frammentaria;
- genera interruzioni progettuali e precarietà lavorativa;
- impedisce una programmazione strutturale a lungo termine da parte degli enti del Terzo Settore;
- non crea servizi stabili ma si programma per “finestre” temporali anziché rispondere in modo strutturale e continuativo ai bisogni del territorio;
- impedisce di avviare una programmazione con modelli e alternative possibili come la co-programmazione.
Un secondo elemento riguarda la trasparenza delle procedure.
Le famiglie hanno il diritto di conoscere con chiarezza l’entità dei finanziamenti alla base dei servizi, i criteri utilizzati per la valutazione delle domande, le modalità di attribuzione dei punteggi e le ragioni delle scelte amministrative adottate. La trasparenza non rappresenta soltanto un obbligo formale, ma costituisce uno strumento essenziale per costruire fiducia tra cittadini e istituzioni. In realtà le famiglie hanno diritto innanzitutto di conoscere l’esistenza di un servizio. Il fatto che per i progetti di vita sia prevista la domanda dell’interessato richiede la giusta attenzione dell’Ente erogatore che, conoscendo l’utenza, può e deve seguirla e accompagnarla.
Un terzo elemento riguarda il coinvolgimento diretto delle persone con disabilità, delle loro famiglie e del Terzo Settore.
La riforma introdotta dal Decreto Legislativo 62/2024 attribuisce un ruolo centrale alla partecipazione attiva di tutti i soggetti coinvolti nella costruzione del progetto individuale. Questo principio non può limitarsi ai singoli casi, ma dovrebbe orientare anche la programmazione territoriale dei servizi, attraverso processi permanenti di ascolto, confronto e coprogettazione.
La normativa vigente dà un ruolo centrale alla partecipazione che però spesso viene vissuta come un adempimento burocratico o una mera formalità. Fanno parte dell’Unità di Valutazione Disciplinare (UVM), che gestiscein maniera aperta e partecipata l’accesso ai servizi socio-sanitari ed assistenziali, oltre all’équipe socio-sanitaria della ASL (medici, assistenti sociali, terapisti) le stesse persone con disabilità, i familiari, il tutore o l’amministratore di sostegno; figure di fiducia, come un rappresentante di associazioni o, se si tratta di un minore, gli operatori scolastici. Anche questa importante forma di partecipazione va valorizzata, con la predisposizione di linee guida operative o di altri strumenti, che la rendano effettiva.
Occorre inoltre affrontare in modo strutturale il tema del budget di progetto.
La nuova normativa supera una visione frammentata degli interventi e propone un approccio integrato, nel quale tutte le risorse disponibili – economiche, professionali, associative e comunitarie–vengono ricomposte in funzione degliobiettivi della persona. In questa prospettiva il budget di progetto non dovrebbe essere considerato come una semplice voce di spesa, ma come uno strumento di pianificazione strategica capace di mettere in relazione servizi sociali, interventi sanitari, scuola, sport, cultura, mobilità e partecipazione alla vita della comunità.
Per queste ragioni riteniamo necessario che sul nostro territorio sia avviata una nuova fase caratterizzata da maggiore trasparenza, da una programmazione pluriennale dei servizi, dalla pubblicazione degli atti di coprogettazione e coprogrammazione, dal coinvolgimento stabile delle famiglie e delle organizzazioni rappresentative delle persone con disabilità e dalla costruzione di un sistema di monitoraggio capace di prevenire interruzioni dei sostegni essenziali.
La sfida che abbiamo davanti non riguarda soltanto la gestione di un servizio o l’utilizzo di un finanziamento. Riguarda il modello di comunità che intendiamo costruire. Una comunità inclusiva non si misura dal numero di bandi pubblicati o dalle somme stanziate nei bilanci, ma dalla capacità concreta di garantire alle persone con disabilità continuità dei diritti, autonomia di scelta e piena partecipazione alla vita sociale. Su questo terreno crediamo sia necessario aprire un confronto pubblico serio, documentato e costruttivo, che consenta di trasformare le criticità emerse in un’occasione di crescita per l’intero sistema territoriale.
Con il presente documento, si intende fornire degli input per dare il via a questo cambiamento con le nostre “Dieci proposte operative per l’attuazione del Progetto di Vita nel territorio”.
Dieci proposte operative per l’attuazione del Progetto di Vita nel territorio
- Garantire la continuità assistenziale come principio inderogabile
Nessun servizio previsto all’interno di un Progetto di Vita dovrebbe essere sospeso a causa di ritardi amministrativi, rinnovi di graduatorie o procedure di affidamento. L’amministrazione deve dotarsi di strumenti programmatori e finanziari che assicurino la continuità degli interventi essenziali fino all’attivazione delle nuove misure; per fare questo occorre lavorare in maniera innovativa rispetto a quanto già previsto e consolidato. Alla base di questo lavoro, deve esserci un Equipe specializzata di Professionisti esperti, che abbia la possibilità di lavorare in modo trasversale nei diversi Uffici.
- Costituire un Tavolo Permanente sulla Disabilità
È necessario istituire un organismo stabile di confronto che coinvolga amministrazione comunale, ASP, enti del Terzo Settore con un’elevata percentuale di organizzazioni rappresentative delle persone con disabilità e famiglie. Il Tavolo dovrebbe riunirsi periodicamente, monitorare i bisogni emergenti e contribuire alla programmazione delle politiche territoriali, con convocazioni e pubblicazioni formali, che permettano la partecipazione anche del singolo libero cittadino.
- Pubblicare annualmente il Piano territoriale per il Progetto di Vita
Le famiglie devono conoscere in anticipo quali risorse sono disponibili, quali servizi saranno attivati e quali obiettivi l’amministrazione intende perseguire, in modo partecipato e trasparente. Una programmazione pubblica e pluriennale consentirebbe di superare la logica emergenziale che troppo spesso caratterizza il settore.
- Rendere trasparenti i processi, i criteri di valutazione e di accesso ai servizi
Ogni procedura selettiva dovrebbe prevedere criteri dichiarati, facilmente comprensibili e verificabili; la valutazione del bisogno deve essere svolta da Professionisti del Settore (Assistenti sociali specialisti, Psicologi, Educatori, ecc) con strumenti standardizzati che garantiscano equità
- Introdurre il monitoraggio permanente dei Progetti di Vita
Ogni progetto dovrebbe essere verificato periodicamente attraverso indicatori di risultato condivisi con la persona interessata e con la famiglia; gli indicatori di risultato possono essere raccolti e valutati solo somministrando questionari standardizzati che garantiscano equità. L’obiettivo non deve essere soltanto verificare la spesa sostenuta, ma valutare concretamente il miglioramento della qualità della vita e l’efficacia degli interventi, proposti, avviati e finanziati.
- Costruire un vero Budget di Progetto integrato
Le risorse sociali, sanitarie, educative, sportive e comunitarie devono essere ricomposte all’interno di un unico quadro programmatorio; se attorno al Progetto di Vita non si costruisce un’equipe specialistica che se ne occupi il rischio è quello di continuare a gestire i servizi per le persone con disabilità con le stesse modalità utilizzate fino ad oggi. Il Budget di Progetto, nello specifico, deve diventare uno strumento di coordinamento tra tutti gli attori coinvolti e non una semplice sommatoria di finanziamenti separati.
- Rafforzare il ruolo del Terzo Settore nella coprogettazione
Le associazioni e gli enti che operano quotidianamente accanto alle persone con disabilità rappresentano una risorsa strategica, in quanto conoscono le problematiche, si interfacciano con le persone e spesso si sostituiscono all’Istituzione pubblica. La coprogettazione deve diventare una pratica ordinaria e documentata, con convocazioni pubbliche, verbali accessibili e percorsi realmente partecipati, con modalità trasparenti che garantiscano la partecipazione.
- Investire nella formazione degli operatori e degli amministratori
La riforma della disabilità ha introdotto concetti innovativi che richiedono competenze specifiche, sia da parte dei Professionisti che si interfacciano con l’Utenza (Assistenti sociali, Psicologi, Educatori, Funzionari) sia da parte del gruppo dirigente, che materialmente, dal lato amministrativo e dal lato politico, tira le fila delle vite di queste persone. È necessario quindi promuovere percorsi formativi rivolti a dirigenti, assistenti sociali, operatori e amministratori affinché il Progetto di Vita non venga interpretato come un adempimento burocratico ma come uno strumento condiviso di trasformazione delle politiche pubbliche. Ogni forma di partecipazione prevista o comunque attivata deve seguire regole e/o protocolli che la rendano effettiva.
- Creare un Osservatorio territoriale sulla disabilità
L’assenza di dati aggiornati rende difficile programmare interventi efficaci; utilizzare il Progetto di Vita, coerentemente con la normativa e con le finalità per cui è stato pensato, ci permetterà di effettuare una ricognizione puntuale dei fabbisogni delle persone con disabilità. Se a questo, aggiungiamo l’istituzione di un Osservatorio territoriale potremmo raccogliere informazioni sui bisogni delle persone con disabilità, monitorare l’offerta dei servizi, fornire elementi utili alla programmazione strategica e allargare la rete di collaborazione territoriale tra pubblico e privato.
10.Fare della disabilità una priorità trasversale dell’azione amministrativa
La disabilità non riguarda esclusivamente servizi sociali. Mobilità, scuola, sport, cultura, lavoro, urbanistica e accessibilità devono diventare parti integranti della programmazione territoriale. Il Progetto di Vita può funzionare soltanto se l’intera comunità assume la responsabilità di costruire percorsi di inclusione e partecipazione reale, ponendo le persone fragili al centro di una rete territoriale comunitaria”.






