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Conoscere i rischi ambientali per prevenire i danni prevedibili…di Mario Pileggi*

carta grafica

Continuare a sottovalutare le evidenze che emergono dalla Carta della Vulnerabilità Integrata dell’acquifero superficiale della Piana di Lamezia Terme non è più una scelta neutra. È una responsabilità che può tradursi in rischio concreto. I dati disponibili restituiscono un quadro chiaro. Il territorio è sottoposto a pressioni ambientali significative e persistenti che, se non adeguatamente governate, possono evolvere in criticità diffuse e progressivamente più difficili da contenere. Non si tratta, dunque, di scenari ipotetici, ma di condizioni già rilevate e documentate. Condizioni che richiedono un cambio di approccio: dalla semplice presa d’atto alla gestione consapevole del rischio. In questo senso, la conoscenza scientifica non è un elemento accessorio, ma il presupposto indispensabile per ogni scelta di pianificazione e tutela del territorio. In questo contesto, anche interventi di rigenerazione sociale e urbana come il progetto “Intrecci – Abitiamo il Lametino”, che punta al superamento di situazioni insediative critiche come quella di Scordovillo attraverso l’abitare diffuso, assumono un valore strategico non solo sul piano sociale ma anche ambientale, contribuendo a ridurre pressioni e vulnerabilità nei territori più esposti.

La Piana di Sant’Eufemia rappresenta uno dei contesti territoriali più complessi e strategici della Calabria. Qui la ricchezza delle risorse naturali – in particolare quelle idriche – convive con una marcata fragilità ambientale. Questa esposizione deriva dalla combinazione tra caratteristiche geologiche favorevoli alla circolazione delle acque e un’elevata intensità di attività umane. Il sottosuolo è costituito da estesi depositi alluvionali, prevalentemente sabbie e ghiaie, che conferiscono un’elevata permeabilità. La falda acquifera è spesso superficiale, soprattutto nella fascia costiera. Il risultato è evidente: l’acqua si infiltra rapidamente e, insieme ad essa, possono infiltrarsi anche gli inquinanti. In termini idrogeologici, si tratta di un acquifero libero ad elevata permeabilità, con tempi di ricarica rapidi ma una ridotta capacità di attenuazione naturale dei contaminanti. Se da un lato queste condizioni rendono la Piana un sistema idrico di grande valore strategico, dall’altro ne aumentano sensibilmente l’esposizione ai fenomeni di contaminazione.

A rendere ancora più delicato questo equilibrio contribuisce la storia stessa del territorio. La Piana è infatti il risultato delle imponenti opere di bonifica realizzate nel corso del Novecento, che hanno trasformato un’area originariamente paludosa in uno spazio agricolo e infrastrutturale. Interventi fondamentali per lo sviluppo economico, ma che hanno profondamente modificato l’assetto idraulico e ambientale. Ne deriva un sistema fortemente antropizzato che richiede oggi una gestione continua, attenta e tecnicamente fondata per mantenere le condizioni di equilibrio raggiunte. In questo quadro si inserisce la Carta della Vulnerabilità Integrata, adottata dalla Regione Calabria con Decreto Dirigenziale n. 12225/2018. Il provvedimento recepisce i risultati degli studi sui valori anomali di concentrazione degli inquinanti nelle acque di falda dell’area industriale lametina e ne dispone l’utilizzo nelle attività di pianificazione e controllo. La Carta si configura come uno strumento conoscitivo, capace di integrare dati geologici, idrogeologici e territoriali per individuare le aree maggiormente esposte al rischio di contaminazione e supportare le politiche di prevenzione.

La vulnerabilità di un acquifero dipende dalla facilità con cui le sostanze inquinanti possono raggiungere e diffondersi nelle acque sotterranee. Nel caso della Piana di Sant’Eufemia, tale vulnerabilità risulta elevata per diverse ragioni. In primo luogo, la permeabilità dei sedimenti favorisce una rapida infiltrazione delle acque meteoriche. Questo processo, naturale e necessario per la ricarica della falda, diventa critico quando l’acqua trasporta contaminanti. In secondo luogo, la scarsa profondità della falda riduce i tempi di transito, aumentando la probabilità che le sostanze inquinanti raggiungano rapidamente il sistema acquifero. Infine, la continuità idraulica dell’acquifero facilita la diffusione degli inquinanti lungo le direttrici di flusso, estendendo l’area interessata anche a partire da sorgenti localizzate.

Le principali fonti di rischio: dove nasce la contaminazione. In questo contesto naturale già sensibile si inserisce una forte pressione antropica. La Piana ospita numerose attività che possono costituire potenziali fonti di contaminazione, definite nella Carta come “centri di pericolo”.

Le attività industriali, concentrate nell’area produttiva di Lamezia Terme, utilizzano metalli pesanti, solventi e idrocarburi. In caso di dispersioni o perdite, queste sostanze possono contaminare suolo e falda. Le anomalie rilevate nelle acque sotterranee suggeriscono che tali fenomeni non siano soltanto teorici.

 L’agricoltura intensiva rappresenta un’altra fonte significativa di pressione. L’uso di fertilizzanti azotati, pesticidi e reflui zootecnici può determinare il rilascio di nitrati e composti chimici che, soprattutto nei terreni più permeabili, raggiungono facilmente la falda.

Gli scarichi civili, in particolare nelle aree non completamente servite da reti fognarie efficienti, possono contribuire alla diffusione di sostanze organiche, batteri e detergenti attraverso sistemi di smaltimento non adeguati.

A queste si aggiungono discariche e aree di abbandono rifiuti, nonché infrastrutture di trasporto – aeroporto, rete ferroviaria e viabilità principale – dove il rischio è legato a sversamenti accidentali di carburanti e lubrificanti.

Tipologie di contaminanti e dinamiche di diffusione. La contaminazione delle falde nella Piana non è riconducibile a una singola sostanza, ma a un insieme complesso di composti chimici.

I metalli pesanti – come piombo, cadmio, mercurio e cromo – sono caratterizzati da elevata persistenza e tendenza al bioaccumulo. La loro presenza è spesso legata ad attività industriali e può avere effetti rilevanti sulla salute umana.

I composti inorganici, tra cui nitrati, nitriti, solfati e cloruri, derivano principalmente dall’agricoltura e dagli scarichi civili. La loro elevata solubilità li rende particolarmente mobili nelle acque sotterranee.

I composti organici di origine antropica – idrocarburi, solventi, pesticidi – presentano comportamenti diversificati: alcuni sono volatili, altri persistono nel suolo e rilasciano contaminanti nel tempo.

Nella maggior parte dei casi queste sostanze coesistono, dando origine a miscele complesse, i cosiddetti “cocktail chimici”, che rendono più difficile sia la valutazione del rischio sia la gestione degli interventi di bonifica.

Le vie di contaminazione sono molteplici: infiltrazione con le acque meteoriche, percolazione da impianti, trasporto lungo il flusso di falda e diffusione dai sedimenti. In un sistema permeabile come quello della Piana, questi processi risultano particolarmente rapidi ed efficaci.

La Carta della Vulnerabilità Integrata distingue tre classi principali: alta, moderata e bassa vulnerabilità.

  • Le aree ad alta vulnerabilità comprendono la fascia costiera, le zone industriali e i territori con falda superficiale. Qui il rischio di contaminazione è immediato e richiede monitoraggi frequenti e controlli rigorosi.
  • Le aree a vulnerabilità moderata includono gran parte dei comparti agricoli e delle aree urbanizzate. In questi contesti il rischio è più lento ma cumulativo, legato all’accumulo progressivo di contaminanti.
  • Le aree a bassa vulnerabilità, localizzate soprattutto nelle fasce pedemontane, presentano condizioni più favorevoli grazie alla minore permeabilità e alla maggiore profondità della falda.

Questa classificazione non ha solo valore descrittivo: serve a definire priorità e strategie. Dove il rischio è maggiore devono concentrarsi monitoraggi, controlli e limitazioni più stringenti. La Carta della Vulnerabilità non è soltanto uno strumento tecnico. È una base operativa per orientare le scelte di gestione del territorio. Nelle aree più esposte è necessario rafforzare i controlli e limitare le attività potenzialmente inquinanti. Nelle aree intermedie occorre ridurre le pressioni diffuse, promuovendo pratiche agricole sostenibili e migliorando le infrastrutture. Nelle aree meno vulnerabili la priorità è preservare le condizioni esistenti. Un ruolo fondamentale è svolto anche dall’aggiornamento continuo dei dati e dalla loro condivisione.

La gestione del rischio ambientale richiede infatti una comunicazione chiara, trasparente e continua. Informare significa rendere i cittadini consapevoli e partecipi, rafforzando il rapporto tra istituzioni e comunità.

La Piana di Sant’Eufemia è un territorio di grande valore, ma anche estremamente delicato. La presenza di un acquifero superficiale in un contesto ad alta pressione antropica impone un approccio integrato alla gestione del rischio. La Carta della Vulnerabilità Integrata offre oggi uno strumento concreto per trasformare la conoscenza in azione. La tutela della falda e dell’ambiente si fonda su tre elementi chiave: monitoraggio continuo, pianificazione consapevole e partecipazione informata.

In gioco non c’è soltanto la qualità dell’ambiente, ma la sicurezza delle risorse idriche e, in ultima analisi, la qualità della vita delle comunità che in questo territorio vivono.

 *Geologo del Consiglio Nazionale Amici della Terra

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