C’è un dato che più di ogni altro racconta la condizione dell’acqua in Italia oggi: meno della metà dei corsi d’acqua raggiunge un buono stato ecologico. È da qui che bisogna partire per comprendere il senso del recente Rapporto ISPRA 2026, che restituisce un’immagine chiara e per certi versi preoccupante del sistema idrico nazionale. Un sistema che migliora, ma non abbastanza; che evolve, ma resta fragile, e soprattutto che continua a presentare forti differenze tra territori. L’acqua, nel quadro che emerge, non è più soltanto una risorsa naturale. È diventata una lente attraverso cui leggere il territorio: la qualità degli ecosistemi, l’intensità delle pressioni umane, l’efficacia delle politiche pubbliche. E anche, sempre più, la capacità di adattarsi a un clima che cambia.
Un sistema che migliora, ma non raggiunge gli obiettivi
Secondo ISPRA, solo il 43,6% dei corpi idrici superficiali raggiunge uno stato ecologico buono o elevato, mentre il 75,1% rispetta i parametri chimici. Il dato va interpretato con attenzione, perché mette in evidenza una delle questioni centrali della gestione dell’acqua: ridurre l’inquinamento non basta a ripristinare il funzionamento degli ecosistemi. I fiumi, che costituiscono l’ossatura del sistema idrico nazionale, sono anche quelli più esposti. Non solo per la presenza di sostanze inquinanti, ma per le trasformazioni fisiche subite nel tempo: arginature, canalizzazioni, alterazioni del regime naturale. Anche quando l’acqua è “pulita”, l’ecosistema può restare compromesso. Le pressioni sono note e persistenti: agricoltura intensiva, scarichi urbani e industriali, consumo di suolo, modificazioni dei corsi d’acqua. A queste si aggiunge un fattore sempre più determinante: il cambiamento climatico, che altera la disponibilità della risorsa, modifica i cicli idrologici e rende più frequenti eventi estremi, tra siccità e piogge intense.
Le falde: una riserva strategica sotto stress
Se le acque superficiali mostrano le criticità più evidenti, le acque sotterranee offrono un quadro apparentemente più stabile. Circa il 79% dei corpi idrici sotterranei è in buono stato quantitativo e il 70% in buono stato chimico. Ma anche qui il dato va letto in profondità. Le falde rappresentano una riserva strategica, soprattutto in un contesto di crescente scarsità idrica, ma sono esposte a rischi sempre più evidenti: contaminazione diffusa, soprattutto da nitrati legati all’agricoltura, e sovrasfruttamento, in particolare nelle aree costiere. È proprio nelle falde che emergono con maggiore evidenza le nuove criticità ambientali: la presenza di contaminanti emergenti come i PFAS, i residui farmaceutici e altre sostanze persistenti che la normativa europea ha iniziato a considerare in modo sistematico.
L’Italia dell’acqua: un Paese a più velocità
Uno degli elementi più significativi del Rapporto ISPRA è la forte disomogeneità territoriale. L’Italia non è un sistema uniforme: è un mosaico di situazioni diverse. Nel Nord, la maggiore disponibilità idrica si accompagna a pressioni intense legate all’agricoltura e all’industria. Nel Sud e nelle isole, invece, il problema principale è spesso la disponibilità stessa della risorsa, aggravata da una gestione meno efficiente e da una maggiore vulnerabilità delle falde. Questa differenza emerge chiaramente anche nelle rappresentazioni cartografiche. La distribuzione delle sostanze inquinanti, come il piombo, mostra come le pressioni siano diffuse e persistenti, con una presenza significativa nelle aree costiere e nei territori più antropizzati. Allo stesso modo, la mappa dello stato quantitativo delle acque sotterranee evidenzia come le criticità si concentrino soprattutto nelle aree meridionali e costiere, dove il rapporto tra disponibilità e prelievi è più fragile.
La nuova Direttiva europea: un cambio di prospettiva
In questo contesto si inserisce la Direttiva (UE) 2026/805, che aggiorna in modo significativo il quadro normativo europeo. Non si tratta di un semplice aggiornamento tecnico, ma di un vero cambio di paradigma. La novità più rilevante è il superamento dell’approccio basato sulla singola sostanza. La nuova direttiva introduce una visione più complessa, che tiene conto degli effetti cumulativi degli inquinanti e delle interazioni tra diverse pressioni ambientali. Vengono inoltre rafforzati: il monitoraggio, la raccolta e la trasmissione dei dati e l’attenzione agli inquinanti emergenti. L’obiettivo resta quello fissato dalla Direttiva Quadro Acque: raggiungere il “buono stato” di tutti i corpi idrici. Ma diventa sempre più evidente che si tratta di un traguardo difficile, soprattutto nei territori più complessi.
La Calabria: il paradosso dell’abbondanza
È in questo scenario che emerge con forza il caso della Calabria, che rappresenta una delle contraddizioni più evidenti del sistema idrico italiano. Da un lato, la regione dispone di un patrimonio idrico straordinario: oltre 20.000 sorgenti censite; una disponibilità annua superiore a 1,3 miliardi di metri cubi; acque di qualità eccellente, tra le migliori d’Europa. Dall’altro lato, la realtà quotidiana racconta una situazione molto diversa: crisi idriche diffuse, anche nei mesi invernali; perdite di rete che sfiorano il 50%; una quantità d’acqua effettivamente utilizzata inferiore a un terzo della disponibilità. È un paradosso evidente: una regione ricca d’acqua che fatica a garantirne la distribuzione.
Non è un problema di risorsa, ma di sistema
Il caso calabrese dimostra con chiarezza che la questione idrica non è legata solo alla disponibilità naturale, ma alla capacità di gestione. Le criticità principali sono note: infrastrutture obsolete; reti inefficienti; scarsa raccolta e valorizzazione delle acque sorgive; sfruttamento non sostenibile delle falde costiere. A queste si aggiungono effetti ambientali rilevanti: intrusione salina; abbassamento delle falde; degrado dei suoli e dissesto idrogeologico. Le conseguenze non sono solo ambientali, ma anche economiche e sociali: riduzione della produttività agricola, aumento dei costi, disagi per le popolazioni.
Cosa fare: dalla disponibilità alla gestione sostenibile
Il Rapporto ISPRA e la nuova normativa europea indicano una direzione chiara: il passaggio da una logica di disponibilità a una logica di gestione. Le priorità sono altrettanto chiare. Ridurre le perdite, innanzitutto. Senza un intervento sulle reti, ogni altra misura rischia di essere inefficace. Questo significa investire in infrastrutture, ma anche in sistemi di monitoraggio e controllo. Proteggere la qualità delle acque, riducendo l’inquinamento agricolo e migliorando la depurazione. In questo senso, la nuova direttiva europea offre strumenti più avanzati, ma richiede anche un salto di qualità nella gestione. Gestire in modo sostenibile i prelievi, evitando il sovrasfruttamento delle falde e mantenendo l’equilibrio tra ricarica naturale e utilizzo. E soprattutto, valorizzare le risorse locali. Nel caso della Calabria, questo significa recuperare e utilizzare in modo efficiente il patrimonio di sorgenti e acque sotterranee, integrandolo in un sistema moderno e funzionale.
L’acqua come misura del futuro
Il quadro che emerge è chiaro: l’Italia sta migliorando, ma non abbastanza velocemente. E la Calabria, con il suo paradosso, rappresenta un caso emblematico. L’acqua non è più solo una questione ambientale. È una questione territoriale, economica, sociale. È una misura della capacità di un sistema di funzionare. E proprio per questo, la sfida dei prossimi anni non sarà semplicemente avere più acqua, ma usarla meglio. Perché, come dimostrano i dati ISPRA, il problema non è sempre la scarsità. Spesso è la gestione. E da questa dipende, sempre più, il futuro dei territori.
*Geologo del Consiglio Nazionale Amici della Terra




