Attraverso una nota stampa, Fiore Isabella affida a una riflessione attenta e partecipata il suo sguardo sul volume di Domenico Cicione “Sambiase dal dopoguerra ai giorni nostri”, un’opera che ripercorre la memoria storica e sociale di una comunità, offrendo spunti di lettura sul passato e sul presente del territorio.
“Un signore inglese, seduto accanto a me, alla vigilia di Natale, sul volo Roma-Bristol, incuriosito dalla Calabria, e in particolare dalla mia Lamezia Terme, con un italiano comprensibile anche se non ancora sottoposto manzonianamente al risciacquo in Arno, mi ha chiesto di parlargli della mia città. Ho iniziato il mio racconto partendo da lontano, come ha fatto Domenico Cicione nel libro “Sambiase dal dopoguerra ai nostri giorni” presentato sabato 27 dicembre a Sambiase. Sono partito dalle ragioni della unificazione di tre centri, così tanto diversi tra di loro che farebbero pensare a un matrimonio combinato. Invece, come ho sempre pensato, le diversità, anche nei matrimoni combinati, concorrono ad arricchire la convivenza rendendola più vivace e meno caotica. Una città, figlia di tre diverse vocazioni, è più appetibile di una realtà urbana monocorde.
Gli ho parlato dell’Aeroporto ricadente nell’area del vecchio comune di Sant’Eufemia, del terziario di Nicastro, dei vigneti di Sambiase e della cantina sociale, prima proprietà dell’ESAC, poi acquistata dall’amministrazione Speranza e infine svenduta da quella dell’avvocato Mascaro. Oggi, nostro malgrado, la cantina sociale è stata abbattuta e gli spazi integralmente occupati da un enorme ipermercato e da spaziosi parcheggi, ragione per la quale, prima di salutarci, ho concluso con un velo di malinconia: “Amico mio, se oggi quello spazio e quella struttura avessero mantenuto un solo segno di rispetto della memoria, fino a qualche anno fa tenuta viva dalla cantina abbandonata e infine svenduta come una mucca alla fiera delle bestie, nella piana di S.Eufemia, anche voi anglosassoni, innamorati delle cose antiche, sareste venuti non solo per visitare il nostro mare, il Castello Svevo Normanno e il Bastione dei Cavalieri di Malta, ma anche (Perché no!) per conoscere la vecchia struttura dell’ESAC recuperata per ospitare il luogo della memoria contadina, dove approdavano i conferitori con le “sciarrette” grondanti di gaglioppo, soldato e marcigliana; le uve conferite alla cantina sociale per avere, con i proventi delle loro fatiche, quanto bastava per mandare i figli a scuola, per dar loro da mangiare e per vestirli dopo aver estinto il debito col negoziante per il concime comprato a credenza. Un significativo testimone della nostra storia, fisicamente presente, sostituito da un ipermercato che si pesta i piedi con un altro esercizio commerciale a 100 metri di distanza.
Le grandi catene di Oxford Street a Londra, il Cabot Circus e il The Galleries a Bristol sono più vicine e si riesce a trovare, comodamente, il vino di Ciro e la ‘nduja di Spilinga senza scendere in Calabria. Per fortuna la memoria, liberata dall’azione dirompente del caterpillar, può resistere all’usura del tempo, quando a tenerla viva ci sono lavori come quello di Domenico Cicione, prezioso fotografo dei luoghi e competente voce della nostra storia”.
Fiore Isabella

