Ho sempre pensato che una società, una città o un paese per essere davvero “civile” debba offrire alla comunità alcuni servizi essenziali. Altrimenti, mi spiace dirlo, è terzo mondo — anche se con la banda larga.
Il primo segno di civiltà è un pronto soccorso organizzato (correlate guardie mediche e ospedale funzionante).
Il secondo, un luogo di cultura e di incontro: un bel teatro, un cinema, spazi dove le persone si ritrovano.
Il terzo, un palazzetto dello sport decente (magari con uno stadio e qualche campo da tennis).
Il quarto, una piazza o un corso vero, punto di ritrovo della città.
E la quinta voce della mia personale “classifica della civiltà”?
I bagni pubblici. (Con, se proprio vogliamo sognare, una doccia funzionante.)
Chiaramente parliamo di Lamezia. Partiamo da Nicastro.
Qui esiste un solo bagno pubblico, via Celli, il celebre “bagno di Bellomo”, nascosto dietro corso Numistrano, vicino all’ex sede della Polizia di Stato. Non aspettatevi molto: diciamo che è fruibile, viene sanificato ma il livello si ferma a “puzza momentanea”. E siamo stati generosi.
Al parco Mastroianni, dietro le poste centrali di via Filzi, la struttura c’è — o meglio c’era — ma è stata vandalizzata e poi chiusa (giustamente, aggiungerei: il rischio biologico era reciproco).
Stessa sorte per l’impianto dell’area mercatale di via Misiani: presente, ma serrato come un museo dopo il coprifuoco.
Volendo essere ottimisti, si può tentare una gita a Sambiase, dove vicino piazza Fiorentino c’è un’altra struttura. O meglio: c’era anche lì. È chiusa, naturalmente, ma la vecchia scritta “Bagni donne” sul muro resta come reperto archeologico di tempi più civili.
A Sant’Eufemia, invece, un barlume di speranza: il bagno pubblico è stato ristrutturato e — miracolo! — risulta quasi disponibile. Basta chiedere la chiave ai volontari dello “Sportello del Viaggiatore” accanto. Se siete timidi o già paonazzi, però, la soluzione più rapida resta quella di sempre: correre alla stazione delle Ferrovie dello Stato e liberarvi dall’angoscia (in tutti i sensi).
Eppure basterebbe così poco: dare in gestione questi spazi a un’associazione o a un privato, anche a fronte di un piccolo “obolo” — come già faceva l’imperatore Vespasiano, che con quella trovata inventò non solo il bagno pubblico, ma pure la famosa “pecunia non olet”.
Altrimenti resta la vecchia tattica all’italiana: entrare in un bar, ordinare “‘Na tazzulella ’e cafè” e approfittare del bagno del locale.
Ma attenzione! Durante le feste di Sant’Antonio, San Francesco e compagnia, sempre con rispetto ai Santi,, scatta l’emergenza nazionale: tutti i bagni magicamente “guasti”. Sarà un segno divino, o solo il solito cortocircuito tra fede e umanità?




