«Prima Roma, con un tredicenne che accoltella la propria professoressa. Ora Lamezia Terme, dove un quattordicenne avrebbe progettato di accoltellare l’insegnante di italiano e avrebbe già nascosto un coltello nei bagni della scuola. Due episodi diversi, che non possiamo automaticamente collegare, ma con analogie che sarebbe irresponsabile ignorare». Lo afferma Aldo Di Giacomo, criminologo, commentando il progetto di aggressione scoperto in una scuola di Lamezia Terme e sventato grazie alla segnalazione di alcuni studenti. «Nel caso romano il gesto è arrivato all’esecuzione: spray urticante, coltello, aggressione alla docente e una componente digitale sulla quale gli investigatori stanno ancora lavorando. Nel caso di Lamezia, fortunatamente, la sequenza è stata interrotta prima: ideazione dell’aggressione, comunicazioni attraverso Telegram, preparazione materiale e coltello già nascosto all’interno della scuola».
«Parliamo di un tredicenne e di un quattordicenne. Parliamo in entrambi i casi della scuola, di un’insegnante individuata come possibile bersaglio, di un’arma da taglio e soprattutto di comportamenti che sembrano precedere il momento dell’aggressione». «Non abbiamo elementi per parlare di emulazione e sarebbe sbagliato farlo. Ma abbiamo elementi sufficienti per porci una domanda: siamo davvero davanti soltanto a due episodi isolati oppure alcuni adolescenti stanno cominciando a costruire e rappresentare la violenza attraverso modalità che presentano caratteristiche comuni?» «Il mondo digitale ritorna in entrambi i casi. A Roma sono emersi Telegram, il tentativo di documentare l’aggressione e contenuti social riguardanti anche Adam Lanza, autore della strage di Sandy Hook. A Lamezia il progetto di aggressione sarebbe stato condiviso attraverso un gruppo Telegram. Non significa che Telegram o i social producano violenza. Significa però che oggi, per comprendere la genesi di alcune condotte adolescenziali, non possiamo più separare ciò che accade nella vita reale da ciò che avviene online».
«C’è però una differenza enorme tra Roma e Lamezia, ed è probabilmente la lezione più importante. A Roma il gesto è stato fermato durante l’aggressione. A Lamezia qualcuno ha visto i segnali prima. Alcuni ragazzi hanno capito che non si trattava più di parole o di una provocazione e hanno avvisato un adulto. Quella segnalazione ha consentito di intervenire prima che il coltello venisse utilizzato».
«Questo dimostra concretamente che la prevenzione è possibile. I ragazzi parlano tra loro, comunicano nelle chat, vedono contenuti che spesso gli adulti non vedono e possono essere i primi ad accorgersi quando un coetaneo supera il confine tra fantasia, minaccia e preparazione concreta di un atto violento».
«Il punto non è controllare indiscriminatamente gli adolescenti né criminalizzare i social. Il punto è insegnare ai ragazzi che se un coetaneo parla concretamente di uccidere qualcuno, mostra un’arma, organizza un’aggressione o comunica di volerla compiere, raccontarlo a un adulto non significa tradirlo: può significare salvare una vita e forse salvare anche lui».
«Roma ci ha mostrato cosa può accadere quando la sequenza arriva fino all’azione. Lamezia ci mostra invece cosa può accadere quando quella sequenza viene intercettata prima. Ed è proprio su questa differenza che scuola, famiglie e istituzioni dovrebbero lavorare. Due ragazzi di 13 e 14 anni con un coltello e un’insegnante come bersaglio nel giro di pochi giorni non autorizzano conclusioni affrettate. Ma autorizzano, e anzi impongono, domande molto serie».




