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Ponte sullo Stretto, Pileggi: “La conoscenza del territorio viene prima del sì e del no”

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Conoscere meglio lo Stretto di Messina significa anche disporre di strumenti più efficaci per valutare i rischi naturali e proteggere popolazioni, infrastrutture e patrimonio costruito. A partire dagli approfondimenti previsti per il progetto del Ponte, il geologo Mario Pileggi, del Consiglio Nazionale Amici della Terra APS, propone una riflessione sul valore scientifico e pubblico delle nuove indagini, al di là delle posizioni favorevoli o contrarie alla grande opera.

“La vera domanda, nello Stretto di Messina, non è soltanto se il Ponte si farà. È anche quanto conosciamo davvero un territorio densamente abitato, segnato da una storia sismica drammatica, e quanto questa conoscenza possa tradursi in prevenzione e sicurezza. Al di là delle posizioni favorevoli o contrarie all’opera, ridurre le incertezze sulla pericolosità sismica e migliorare la protezione delle popolazioni, delle infrastrutture e del patrimonio costruito dovrebbe essere una priorità condivisa.

È in questa prospettiva che assumono particolare rilievo le prescrizioni formulate dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici nel parere tecnico del 6 agosto 2026, al termine dell’istruttoria sul progetto definitivo. La società Stretto di Messina ha dichiarato che le osservazioni saranno esaminate con tecnici e progettisti nella fase successiva e ha precisato che, secondo la propria valutazione, gran parte degli approfondimenti richiesti riguarda temi già previsti nella progettazione esecutiva.

Nel frattempo, l’iter amministrativo è proseguito. Il 3 settembre il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha annunciato l’avvio entro settembre, insieme a Stretto di Messina S.p.A., dell’istruttoria per la nuova delibera CIPESS di approvazione del progetto definitivo. Il nuovo Accordo di Programma era stato pubblicato dal MIT nel maggio 2026 e, nella riunione di Palazzo Chigi del 23 luglio, erano stati richiamati il visto della Corte dei conti sull’Accordo e il parere favorevole dell’Autorità di regolazione dei trasporti sul Piano economico-finanziario. L’obiettivo dichiarato dal MIT è completare l’iter approvativo e avviare i lavori nel 2026. Restano tuttavia da perfezionare passaggi decisivi, a partire dalla nuova deliberazione CIPESS e dai successivi controlli: tempi, esiti e avvio effettivo dei cantieri non possono quindi essere considerati risultati già acquisiti.

Prudenza analoga è necessaria sugli aspetti amministrativi, contrattuali e ambientali. Nel 2025 la Corte dei conti non registrò la precedente delibera CIPESS, richiamando, tra gli altri profili, la disciplina europea sugli habitat, le modifiche contrattuali alla luce dell’articolo 72 della direttiva 2014/24/UE e il piano tariffario. Nel luglio 2026 il MIT ha riferito che prosegue il confronto con la Commissione europea e che non risulta avviata una procedura d’infrazione relativa al Ponte. Si tratta però di interlocuzioni e adempimenti che vanno distinti dalla conclusione formale dell’iter, ancora affidata alle determinazioni degli organi competenti. Più ampio, e per certi aspetti più importante, è il significato degli approfondimenti tecnici. Tra i temi indicati figurano l’aggiornamento del quadro geologico e sismotettonico, la verifica delle strutture tettoniche prossime alle opere, l’estensione delle indagini ai due versanti e al tratto marino, la caratterizzazione geotecnica dei terreni, la risposta sismica locale e ulteriori verifiche aeroelastiche.

Sul vento, il progetto dispone già di un’ampia base sperimentale. La documentazione tecnica pubblicata dalla Stretto di Messina nel 2024 richiama prove condotte su diversi modelli in laboratori internazionali, comprese verifiche indipendenti nella galleria del vento del Politecnico di Milano. Le ulteriori prove previste nella fase esecutiva vanno quindi considerate come parte del normale processo di verifica e affinamento di un’opera di eccezionale scala: non costituiscono, da sole, né la prova di una criticità irrisolta né una certificazione definitiva della fattibilità. Il nodo scientificamente più rilevante resta però la conoscenza del territorio. Lo Stretto di Messina appartiene a un sistema geodinamico particolarmente complesso, nel quale interagiscono l’evoluzione dell’Arco Calabro, la subduzione della litosfera ionica, la deformazione crostale e diversi sistemi di faglia che interessano la Calabria meridionale, la Sicilia nordorientale e i fondali dello Stretto.

Quello che osserviamo oggi non è un paesaggio immobile, ma il fotogramma di una storia geologica tuttora in evoluzione. Durante l’ultimo massimo glaciale, circa 20–22 mila anni fa, il livello medio globale del mare era circa 120 metri più basso dell’attuale e la configurazione delle coste era profondamente diversa. Nell’area dello Stretto, variazioni eustatiche e movimenti verticali della crosta hanno modificato ripetutamente nel tempo i rapporti tra terra e mare. La storia ne ha mostrato drammaticamente la vulnerabilità. Il terremoto del 28 dicembre 1908 resta la testimonianza più drammatica del rischio sismico al quale sono esposte le comunità dello Stretto. A oltre un secolo di distanza, la ricerca continua tuttavia a confrontare differenti interpretazioni sulla geometria e sulla localizzazione della sorgente sismogenetica. È proprio questa evoluzione delle conoscenze a rendere particolarmente importanti gli studi richiesti: conoscere meglio lo Stretto significa progettare con maggiore consapevolezza, ma anche costruire un patrimonio di dati utile alla prevenzione e alla pianificazione territoriale.

Negli ultimi anni le nuove tecniche di indagine hanno prodotto risultati significativi. Lo studio di Barreca, Gross, Scarfì, Aloisi, Monaco e Krastel, pubblicato nel 2021 su Earth-Science Reviews, ha integrato dati geologici e sismologici con 35 profili di sismica a riflessione ad alta risoluzione, riconoscendo nei fondali dello Stretto una struttura con evidenze di deformazione recente e proponendola come possibile sorgente del terremoto del 1908. Si tratta di un risultato importante, ma non conclusivo: nella letteratura scientifica continuano infatti a essere discussi modelli alternativi. Nel 2026 Dorsey e collaboratori, su Tectonics, hanno proposto una nuova ricostruzione dei movimenti verticali pleistocenici della Sicilia nordorientale e della Calabria meridionale, utilizzando geocronologia ^40Ar/^39Ar, stratigrafia, geomorfologia e analisi delle zone di faglia. Lo studio colloca lo Stretto in una zona di trasferimento della deformazione tra sistemi di faglie normali attive e considera la faglia Messina–Taormina tra le strutture di particolare rilievo nel quadro sismotettonico, senza escludere modelli alternativi per la sorgente del 1908. Gli autori propongono inoltre che i terrazzi marini più elevati siano più giovani di 500 mila anni e che, in alcuni settori, abbiano registrato tassi medi di sollevamento superiori a 2,5 millimetri l’anno.

Anche alla scala più profonda il quadro continua ad affinarsi. Montuori e collaboratori, in uno studio del 2026 pubblicato su Geophysical Research Letters, hanno ottenuto una nuova mappatura ad alta risoluzione delle principali discontinuità crostali e litosferiche dell’Arco Calabro, evidenziando una geometria complessa, compreso un raddoppio della Moho interpretato in relazione al sistema di subduzione, e marcate eterogeneità della litosfera e del mantello superiore. Sono risultati che non possono essere trasferiti direttamente alla scala delle fondazioni del Ponte, ma contribuiscono a migliorare il quadro geodinamico regionale entro il quale devono essere interpretate le strutture superficiali e la sismicità.

È così che procede la scienza: nuovi dati verificano, integrano e talvolta modificano le interpretazioni precedenti. Per un’area complessa come lo Stretto, aggiornare le conoscenze significa soprattutto ridurre progressivamente le incertezze e costruire scenari più robusti. Sismica marina ad alta risoluzione, batimetria multibeam, tomografie geofisiche, reti GNSS, paleosismologia, carotaggi, datazioni geocronologiche e modellazione tridimensionale del sottosuolo consentono oggi livelli di integrazione e risoluzione molto superiori rispetto a molte campagne del passato.

È qui che gli studi prescritti acquistano il loro valore pubblico più ampio. Una migliore caratterizzazione delle strutture tettoniche può affinare la valutazione della pericolosità sismica; dati più dettagliati sui terreni possono individuare meglio le aree soggette ad amplificazione locale dello scuotimento o a liquefazione; informazioni più precise sulle deformazioni attive possono supportare la microzonazione sismica, la pianificazione territoriale, la verifica delle infrastrutture strategiche, la riduzione della vulnerabilità e la costruzione degli scenari di Protezione civile. Il patrimonio di sondaggi, profili geofisici e misure acquisito nell’ambito del progetto potrebbe quindi produrre conoscenza utile molto oltre l’opera: per abitazioni, scuole, ospedali, strade, ferrovie, porti, reti tecnologiche e patrimonio storico. Perché questo valore aggiunto si realizzi davvero, sarebbe auspicabile che i dati venissero validati, organizzati e, compatibilmente con le esigenze di sicurezza e di tutela del progetto, messi a disposizione della comunità scientifica e delle istituzioni territoriali.

Geologia terrestre e marina, geofisica, sismologia, geodesia, paleosismologia e geotecnica potrebbero così confluire in una banca dati scientifica integrata dello Stretto, utile alle università, agli enti di ricerca, alle Regioni, ai Comuni e alla Protezione civile. La campagna di studi connessa al Ponte potrebbe diventare la base di un vero laboratorio permanente dello Stretto e del Mediterraneo centrale.

Un grande progetto può non mettere tutti d’accordo. Benefici economici, tempi di realizzazione, flussi di traffico ed effetti territoriali dovranno essere verificati sulla base di dati e scenari, senza anticiparli come risultati acquisiti. Ma su una necessità dovrebbe essere possibile convergere: conoscere sempre meglio la pericolosità dello Stretto, valutarne vulnerabilità ed esposizione e trasformare queste conoscenze in politiche concrete di prevenzione e sicurezza.

La memoria del 1908 ci dice che cosa è accaduto. La ricerca può aiutarci a comprendere meglio perché è accaduto e, soprattutto, a ridurre le conseguenze di ciò che potrà accadere. È questa, oltre il sì e il no al Ponte, la ragione per cui studiare lo Stretto è una necessità.

Questa versione conserva tutti i contenuti scientifici sostanziali del testo originale, ma elimina diverse ripetizioni e soprattutto rende più evidente il messaggio centrale: gli studi sul Ponte hanno valore anche indipendentemente dal Ponte, se diventano conoscenza utilizzabile per la sicurezza del territorio e delle popolazioni”.

 

Fonte Geologo Mario Pileggi del Consiglio Nazionale Amici della Terra APS

 

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