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A Lamezia settima edizione del premio nazionale Dario Galli, che tiene insieme le parole e le persone

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Nella sede di Grafichéditore, in via del Progresso, la parola “progresso” per una sera ha assunto un significato diverso da quello industriale scritto sul cartello stradale: è diventata il progresso lento e ostinato di chi continua a scrivere, a leggere, a raccontarsi, mentre il mondo intorno corre. È la settima volta che succede. Sette anni fa, quando Antonio Perri e Italo Leone misero in piedi il Premio Letterario Nazionale Dario Galli, nessuno dei due immaginava di arrivarci, a questa settima edizione. Eppure eccoli qui, ancora, con altre 141 opere arrivate da tutta Italia — romanzi, racconti, raccolte poetiche, saggi — a dimostrare che la voglia di scrivere non si è affatto spenta, semmai si è fatta più fitta, più affollata, più difficile da giudicare.

A vincere quest’anno è stato Vincenzo Russo Traetto, dirigente del Ministero delle Infrastrutture nella vita di tutti i giorni e narratore per vocazione appena può, con la raccolta “Racconti da limare”. Un titolo che il presidente di giuria Italo Leone ha letto come una dichiarazione d’intenti: non un’opera compiuta e chiusa, ma un cantiere aperto, un invito a tornare sulle cose — sui testi come sulla vita — per toglierne l’eccedenza e arrivarne all’essenza. Nei racconti di Traetto la lingua che emerge è quella della sua Castel Volturno, un napoletano che si mescola senza pudore a francese, inglese, arabo. Non è un vezzo stilistico: è la sostanza stessa del suo discorso. L’autore lo ha raccontato quasi ridendo di sé, ricordando gli anni passati come dirigente pubblico a “reinventare” pratiche burocratiche attraverso il linguaggio — perfino l’inno nazionale, di cui ha scoperto un dettaglio che lo ha commosso: quella frase spezzata, “Fratelli d’Italia”, che il popolo prima ascolta senza comprendere fino in fondo e poi, improvvisamente, fa propria.

A tenere insieme i fili della serata è stata Giovanna Villella, che ha condotto con un ritmo mai forzato, lasciando che fossero le pause — e la musica, tra un momento e l’altro — a dare respiro alla serata. È stata lei a introdurre l’autore e poi a guidare, con Michela Cimmino la conversazione vera e propria con l’autore: non un’intervista di circostanza, ma un dialogo fatto di domande scomode e dirette, sul rischio che certe pagine — come quella, ironica, su Adamo ed Eva — potessero essere fraintese. Domande che hanno spinto il vincitore a raccontare com’è nato ogni singolo pezzo della raccolta, dalle bufale chiamate per nome ai ricordi di un cinema di paese negli anni Settanta.

Se c’è un filo che ha attraversato tutta la serata, è proprio questo: la lingua come organismo vivo. Lo ha detto con la voce da studioso Italo Leone, ricordando che anche l’italiano è nato da un mescolamento di eredità, e che i dialetti — come quello in cui scriveva Dario Galli, il poeta a cui il premio è intitolato — sono lingue a pieno titolo, non versioni minori. Lo ha ribadito, con accento più intimo, Michela Cimmino, che ha confessato di essersi commossa leggendo un racconto in cui due innamorati si chiamavano “ciù”, proprio come lei e suo marito si chiamano da una vita passata a Napoli.

In giuria, come sempre, Laura Calderini — non una giurata qualunque, ma la prima vincitrice in assoluto del Premio Dario Galli, alla sua edizione d’esordio. Anche don Vincenzo Lopasso, docente di Sacra Scrittura invitato per i saluti iniziali, ha collegato il gesto dello scrivere a qualcosa di più profondo: la Bibbia stessa, ha detto, è il racconto di esperienze umane “limate” nell’ascolto della storia e della voce di Dio. Il premio, però, non ha festeggiato solo un vincitore già formato. Prima ancora di arrivare a Traetto, la serata si è fermata su due ragazzi giovanissimi di Lamezia, autori a loro volta di libri, — uno, di Marco Palazzo dedicato a un parente sacerdote, che uscirà a breve, l’altro, scritto dalla giovanissima Marlena (Maria Francesca) Pullia quando aveva solo 14 anni, ispirato ad Achille Lauro. Sono stati chiamati sul palco quasi per sorpresa, e uno di loro ha usato una parola che ha colpito più di ogni discorso costruito: amicizia. Ha detto che il premio, per lui, è soprattutto questo: un luogo dove nascono amicizie vere, senza interesse.

Non è un dettaglio marginale. È forse la ragione più semplice e più vera per cui un premio letterario nato in una tipografia di provincia, dedicato a un poeta dialettale, riesce a resistere sette anni e a crescere: non distribuisce soltanto riconoscimenti, ma tiene insieme una comunità — quella dei lettori, degli scrittori esordienti, dei ragazzi che invece di stare sui social scrivono libri, delle famiglie che ogni anno tornano a sedersi nella stessa sala. E a questa continuità ha dato corpo, ancora una volta, Doris Lo Moro, madrina della manifestazione fin dalla sua primissima edizione. Lo è stata anche stavolta non da semplice ospite d’onore, ma da lettrice vera: ha raccontato di aver voluto il libro in anticipo, di averlo letto in pochi giorni proprio per non presentarsi a mani vuote a un premio che sente come suo, e da quella lettura ha tirato fuori una riflessione tutta personale sulle parole nuove che nascono per raccontare il nostro tempo — dalla “restanza” calabrese alla “rimigrazione” — per poi consegnare, insieme a Donatella Galli, il riconoscimento a Vincenzo Russo Traetto.

A dare senso e memoria a tutto questo c’è sempre lei, Donatella Galli, figlia del poeta a cui il premio è intitolato. Quest’anno, invece di parlare di suo padre, ha scelto di leggerne una poesia in dialetto, “La vita che passa e si rinnova” — versi semplici: un bambino che sfoglia un calendario nuovo, una madre seduta di fronte, dolore e allegria insieme. Non ha aggiunto commenti. Non ne servivano. Tra una premiazione e l’altra, le canzoni del gruppo Musicanninna, con Albino Cuda e Tony Quattrocchi, costruite sui versi del poeta calabrese Franco Costabile, hanno accompagnato la serata con un suono che sembrava esso stesso dialetto: musica come lingua che non ha bisogno di traduzione per arrivare al petto. Alla fine, dietro il ricco e squisito buffet dell’INSONNIA, come da tradizione, resta un’immagine semplice: una tipografia che per una sera diventa piazza, e centoquarantuno manoscritti che, da qualche parte in Italia, hanno provato a dire qualcosa di vero. L’ottava edizione è già in cantiere.

 

 

 

 

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