L’Associazione ‘Costa dei Feaci’ interviene con fermezza nel dibattito politico sul turismo a Lamezia Terme, “definendo paradossale e tardiva la lettera aperta della consigliera comunale Antonietta D’Amico contro l’immobilismo dell’amministrazione”. Secondo quanto riporta una nota del direttivo dell’associazione, “l’uscita della consigliera è decisamente fuori tempo massimo, poiché non si tratta di una spettatrice distratta ma di un’esponente della maggioranza che ha ricoperto il ruolo di assessore e ha partecipato attivamente alla pianificazione del Documento Unico di Programmazione. Denunciare oggi le carenze del territorio significa firmare un’autocertificazione di fallimento, e lavarsi la coscienza a ridosso della stagione estiva non basta a cancellare anni di mancata programmazione di cui la stessa D’Amico è ritenuta correa. Dal punto di vista del marketing territoriale, l’associazione contesta una visione giudicata parziale e superficiale. Un brand non si costruisce posizionando QR Code, creando filtri Instagram o assoldando content creator, poiché la promessa della comunicazione deve coincidere con l’esperienza reale del consumatore. Quando l’impatto con la realtà è disastroso, il danno d’immagine diventa irreversibile, generando un passaparola distruttivo. I totem digitali e la realtà aumentata non possono sostituire il decoro urbano né colmare la carenza delle infrastrutture di base. Il vero biglietto da visita di Lamezia Terme viene definito drammatico, evidenziando come sia inaccettabile che in una città con un aeroporto internazionale i turisti siano costretti a camminare sotto il sole trascinando le valigie sul ciglio della strada per raggiungere la stazione di Sant’Eufemia”.
Secondo ‘Costa dei Feaci’- prosegue la nota – un’offerta turistica funzionale deve poggiare sulla solidità del prodotto attraverso i pilastri della fruibilità, della visibilità e del decoro, elementi che l’amministrazione avrebbe ignorato scambiando la strategia con l’approssimazione. Il crollo di questo sistema si manifesta innanzitutto nel sacrificio del decoro urbano, dove l’incuria distrugge sul nascere ogni campagna di mercato. Questa situazione costringe i cittadini e le associazioni locali a rimboccarsi le maniche per raccogliere i rifiuti sulle spiagge, sostituendosi a un ente pubblico latitante per restituire dignità al litorale. A questa incuria si aggiunge la sistematica negazione dell’accessibilità, che si traduce in un’odissea logistica per il visitatore a causa della totale incapacità di strutturare una rete di trasporti interni, come navette rapide e ben segnalate, capaci di connettere lo scalo e la stazione centrale con il mare, le terme e i centri storici”.
“Il fallimento tocca infine il culmine nel paradosso identitario dei beni culturali, poiché risulta contraddittorio invitare i flussi internazionali a scoprire la storia locale quando l’Abbazia Benedettina resta sbarrata e il Museo Archeologico espone semplici copie, con i reperti originali storicamente esiliati a Reggio Calabria. Di fronte a tale scenario, conclude il direttivo, la politica avrebbe dovuto lottare con autorevolezza per restituire alla città la reale fruizione dei suoi tesori, invece di rassegnarsi fatalmente a un ruolo di comparsa”- conclude l’associazione.




