A Nocera Terinese, nel cuore della Settimana Santa, torna uno dei rituali più suggestivi e antichi della Calabria: il rito dei “Vattienti”. Un evento che richiama fedeli e visitatori, incuriositi da questa pratica di penitenza che unisce religiosità, memoria storica e forte identità culturale.
Il termine “Vattienti” deriva dal dialetto locale vattere, che significa “percuotersi”. La tradizione risale almeno al XVII secolo, anche se alcuni storici ipotizzano radici ancora più antiche, tra riti popolari medievali e gesti di devozione estrema.
Il momento centrale della pratica si svolge tra il Venerdì e il Sabato Santo, quando gli uomini devoti percorrono le strade del paese insieme alla statua della Madonna Addolorata, simbolo della sofferenza e della fede.
I Vattienti si preparano con grande cura: indossano abiti scuri che lasciano scoperte le gambe, coprono il volto con un panno nero e indossano una corona di spine, richiamo alla Passione di Cristo. Gli strumenti utilizzati, veri simboli del rito, sono la “rosa”, un disco di sughero liscio, e il “cardo”, un disco con pezzi di vetro che rappresentano Gesù e gli apostoli. Con essi si percuotono le gambe, provocando sanguinamento come gesto di penitenza e rievocazione della sofferenza di Cristo.
Durante il percorso, amici e familiari offrono rimedi naturali come vino, aceto e rosmarino per disinfettare le ferite, segno di sostegno e partecipazione collettiva.
Accanto ai Vattienti cammina spesso l’“Acciomu”, giovane scalzo vestito di rosso, con una croce tra le mani. La sua presenza rafforza la dimensione rituale e simbolica del corteo, che mescola devozione intensa, spettacolarità e senso di appartenenza.
Nonostante le critiche della Chiesa e delle autorità nel corso dei secoli, la comunità ha mantenuto viva questa pratica, difendendo un patrimonio culturale unico che unisce religione e identità locale.
Oggi, il rito dei Vattienti è considerato una delle celebrazioni pasquali più impressionanti e intense d’Italia, capace di suscitare emozioni forti in chi vi assiste. La tradizione continua a stimolare riflessioni sulla fede, sulla sofferenza e sulla memoria collettiva, confermandosi un segno potente della cultura popolare calabrese.




