Riceviamo e pubblichiamo una lettera aperta di una nostra lettrice che titola così la sua missiva: Sanità Calabrese: quando un’eccellenza ti rimette in piedi, mentre il sistema ti disgrega.
“Troppo spesso in Calabria siamo costretti a cercare altrove, con non poche fatiche, ciò che qui sembra
impossibile trovare: cure adeguate, tempi accettabili, risposte concrete.
Eppure, quest’ultima volta, nella mia storia, c’è un’eccezione che merita di essere raccontata e difesa.
Mi chiamo Teresa e due anni fa, dopo un evento traumatico, mi è stata diagnosticata una forma rara e
dolorosissima della patologia: cisti perineurale di Tarlov.
Da un giorno all’altro la mia vita si è fermata. I dolori erano così atroci da togliermi il respiro, e lentamente
questa malattia ha iniziato a disgregare il mio corpo, portandomi alla perdita di sensibilità agli arti inferiori e
al controllo di funzioni essenziali per la vita di tutti i giorni.
Ho girato l’Italia in cerca di una soluzione che, purtroppo, non esiste. Torino, Piacenza, Milano: ovunque la
stessa risposta.
Il primo neurochirurgo che mi ha visitata, a Torino, mi ha detto chiaramente che l’unica strada possibile era
la terapia del dolore. È stato proprio lui a indirizzarmi al dottor Pietro Maglio, responsabile del reparto di
Terapia del Dolore dell’ospedale “Ciaccio” di Catanzaro.
Ed è lì che ho trovato ciò che non mi aspettavo: un’eccellenza calabrese che mi ha letteralmente rimesso in
piedi.
Il dottor Maglio e la sua equipe gli infermieri Mariarita, Sergio e tutti gli altri di cui non me ne vogliate se
dimentico i nomi, non sono solo professionisti competenti. Sono empatici, attenti, presenti.
In un reparto sovraccarico, con pazienti che arrivano da ogni parte con tempi di attesa che si allungano
mentre le patologie avanzano, loro non si sono mai tirati indietro.
Hanno provato tecniche che perfino grandi centri non prendono in considerazione. Con me hanno
funzionato.
Inizialmente, ogni quindici giorni mi visitavano, valutavano, aggiustavano il percorso, rassicuravano me e la
mia famiglia.
Non mi hanno dato la guarigione totale, ma mi hanno restituito dignità e la migliore qualità di vita possibile,
nonostante la mia vita sia cambiata per sempre, mi hanno permesso di poter tornare a lavoro.
E tutto questo lo hanno fatto in condizioni di lavoro che nessuno dovrebbe accettare: personale ridotto,
turni massacranti, carichi enormi, “ con i tempi dettati da qualche algoritmo che stabilirebbe che ogni visita
dovrebbe durare massimo 15 minuti,” ma secondo quale scienza e coscienza?
Professionisti così dovrebbero essere messi nelle condizioni di lavorare, non lasciati soli a reggere un
sistema che rischia di crollare sulle loro spalle.
Per questo mi rivolgo a chi governa, chi amministra:
venite nei nostri ospedali, guardate cosa accade davvero, ascoltate chi ogni giorno combatte per garantire
cure dignitose.
Investire in medici, infermieri e personale sanitario professionalmente valido, non è un lusso: è un dovere
verso i cittadini.
Il cittadino calabrese non dovrebbe raggiungere i nosocomi con il dubbio di dover giocare
con la sua vita come se fosse una slot machine… Se vince porta a casa la salute..
Io sono la prova che il bene esiste, e quando c’è va protetto.
Perché se perdiamo anche queste eccellenze, cosa resterà?
Grazie.”
Lettera firmata

